“La città ti verrà dietro”. Da Costantinos Kavafis

 

Cosa c’è di più elegante del neogreco di Kavafis? E quale connubio intellettuale se non quello tra il poeta civile ed “elementare” Nelo Risi e Margherita Dalmàti (scrittrice, traduttrice, poetessa, clavicembalista di origine greca) poteva portare ad un lavoro di traduzione e di cura a quattro mani così riuscito, per un’edizione pressoché perfetta (Constantinos Kavafis, Settantacinque poesie, a cura di Nelo Risi e Margherita Dalmàti, Einuadi, 1992)?
Le poesie proposte da Dalmàti e Risi ci appaiono terse, il loro discorso morale è disegnato sul cristallo. Il pessimismo di Kavafis, di fronte a tale miracolo della lingua sia originale che tradotta, ha un vigore tassativo reso con leggerezza.
Di queste propongo La città, scritta nel 1910 (gli anni della retorica di d’Annunzio), così bella che non ha bisogno di commenti, ma solo di essere letta.
Alcune parole, però, sul greco di Kafavis mi sembrano doverose, a mo’ di introduzione, per l’interesse intrinseco che questa lingua suscita e per l’esattezza, la profondità dello scritto da cui sono tratte, cioè la Notizia sulla lingua di Kavafis, posta alla fine del libro. Autrice di questo prezioso saggio è Margherita Dalmàti. Ecco la citazione, che scelgo di trascrivere prima della poesia.

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Ci si può chiedere perché Kavafis non scrivesse in inglese, la lingua che conosceva fin nelle sfumature più minute. La risposta è una sola: Kavafis è un “greco”, non perché scrisse in lingua greca oppure su temi ellenici ma perché scrisse in maniera greca; e questa maniera greca è diversa da tutte le altre. L’occhio di un greco (l’osservazione non è mia) guarda in modo sintetico: concepisce le linee essenziali; quello che vede lo vede semplificato. Nell’arte i Greci antichi aborrivano gli abbellimenti e ogni sorta di esagerazione. Questa è anche l’arte di Kavafis; il poeta mette in rilievo l’elemento drammatico, spoglio, secondo l’educazione degli antichi. I suoi vocaboli hanno un contorno preciso, non una parola di più, non una frase mancante. Dall’immenso patrimonio della lingua materna, una lingua che per tremila anni di seguito continua ad essere parlata sullo stesso luogo della terra, egli prende il vocabolo di cui ha bisogno. […]
Anche il linguaggio di Kavafis è particolare. Per le poesie di fondo storico egli adopera il linguaggio dell’epoca, in maniera però assolutamente originale. Di tutto che vive al mondo, la cosa più viva è senz’ altro la lingua. […] I vocaboli non muoiono mai fulminati; essi muoiono sempre di morte naturale. Nell’intervallo dunque in cui il vocabolo cessa di essere parlato, fino al momento in cui cessa di vivere, esso cade in letargo, in oblio, aspettando la morte oppure il miracolo. Il segreto di Kavafis sta proprio qui, nessuno dei vocaboli da lui usati è morto. […] I vocaboli sono come le perle: le perle sono vive, così dicono gli orefici, quando sono in contatto con una cosa viva, con la pelle o con l’acqua del mare e allora conservano tutto il loro splendore.
[…] Nella sua poesia non esiste nemmeno una parola che sia falsa, che stoni, una frase con finti abbellimenti, perché il poeta conosce l’unica verità: solo il suo popolo può dare vita a un vocabolo, mai il poeta. […] Ogni mutamento nel linguaggio nasce sempre da un bisogno, ha una sua logica e ubbidisce a un ordine; niente di forzato esiste nella lunga vita della lingua di un popolo. […] Il compito del poeta viene dopo, egli è chiamato a servirsi del patrimonio linguistico come esso si è formato sulla bocca del suo popolo. […] Kavafis conosce e rispetta questa legge, perciò il suo linguaggio, spesso prezioso, non è mai artificiale; egli arriva a combinare vocaboli rari con vocaboli comunissimi, accostandoli; l’effetto estetico è così perfetto che non ci facciamo caso.

 

La città

Hai detto: “Per altre terre andrò, per altro mare.
Altra città, più amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore come un morto sta sepolto,
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo intorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina”.

Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
La città ti verrà dietro. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
farai capo a questa città. Altrove, non sperare,
non c’è nave non c’è strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
tu l’hai sciupata su tutta la terra.

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