Perché Virginia si è uccisa?

La freddezza sessuale, la deriva psichica, il suicidio. Nadia Fusini recensisce nel gradevole, raffinato articolo che propongo – apparso su la “Repubblica/Robinson” il 12 giugno 2019 – la storia del matrimonio tra Virginia e Leonard Woolf raccontata da quest’ultimo, rimasto vedovo e ormai vecchio, e pubblicata lo scorso anno in traduzione italiana da Lindau col titolo La mia vita con Virginia.
Vien fuori dalla recensione di Fusini, mi pare, l’immagine di un marito alle prese con un mistero di cui conosce solo il lato concreto, quello che implica conseguenze pratiche e materiali, ma di cui non comprende viceversa l’origine, quindi l’essenza.
Leonard si prende cura della moglie con una meticolosità preventiva piena di sollecitudine, di partecipazione assidua. Ma restano le domande, anche quelle postume: è lesbica o frigida, Virginia? Perché Virginia si è uccisa?
Eppure, basta leggere la biografia della stessa Nadia Fusini sulla scrittrice inglese (Possiedo la mia anima, Mondadori, 2006) per chiarirsi, e di molto, le idee. E’ un libro che denota rara sensibilità in questa studiosa di cui segnalo anche La figlia del sole (Mondadori, 2012), biografia di Katherine Mansfield (ma meno bella dell’altra).
E’ vero, non tutto può essere chiarito, ma è un fatto che l’infanzia di Virginia fu caratterizzata da situazioni ed eventi penosi che di certo spiegano molto del disagio di cui si racconta e di cui suo marito si chiese.
Tra questi eventi, mi colpirono, leggendo, due episodi in particolare, narrati in Possiedo la mia anima.
Virginia a sei anni venne abusata sessualmente dal fratellastro diciassettenne Gerald.
Dopo la morte della loro madre, avvenuta quando Virginia aveva tredici anni, i due fratellastri, di notte, al buio, salivano al piano superiore, dove dormivano le sorelle Stephen. George, fratello maggiore di Gerald, si infilava nel letto di Virginia…
Le famiglie possono essere anche questo. Non dimentichiamolo mai, perché la famiglia è il luogo del destino, territorio fatale, territorio fisico e mentale. Ricordiamolo specialmente in tempi come questi, in cui tutti siamo stati costretti a restare murati in casa, tutto il giorno e tutta la notte.

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La nostra vita da Lupi

di Nadia Fusini

Leonard Woolf, marito della grande scrittrice, svela i segreti di una liaison poco carnale.
E l’incontro rivelatore con Freud.

No, non sono la coppia dei coniugi Arnolfini: difficile immaginare Virginia e Leonard Woolf nella medesima posizione frontale, regale del mercante di Lucca e della moglie Costanza. Inimmaginabile nella coppia londinese la vitrea fissità che raggela lo sguardo ieratico dei due sposi di van Eyck.
Nemmeno si tratta, però, di scene da un matrimonio alla Bergman.
Niente convulse, intellettuali ricostruzioni sull’amore, sul rapporto tra i sessi, sull’egoismo.
Epperò, in questo libro autobiografico di Leonard Woolf, c’è tutto l’enigma del mistero coniugale. E soprattutto, c’è l’arcano della malattia e della morte per suicidio della sposa, la compagna, l’amata. Leonard Woolf non ha certo la mentalità poetica del fin amant, pratica piuttosto il tono prosaico del detective; ma quando dalla distanza della vecchiaia, con fare socratico, prova a rileggere per l’appunto la sua vita con Virginia, la domanda inevasa che batte e ribatte, e in verità non trova risposta, è: perché Virginia si è uccisa?
La memoria del vedovo orbo di tanta sposa con volontà inquisitiva mette a fuoco episodi cruciali di trent’anni di esistenza in comune: l’incontro a Londra dopo il suo ritorno da Ceylon con le sorelle dell’amico Thoby Stephen: due donne così speciali e belle e libere; l’innamoramento per Virginia, se non altro perché Vanessa è già sposata; il desiderio ambivalente di lei.
Perché se lui è deciso, Virginia esita, non sa se è davvero innamorata, forse è solo «half in love», l’altra metà del suo amore va alla scrittura. E poi, come superare quella specie di repulsione che prova per «il sesso»? Perché l’amore è anche eros, ma quello maschile si esprime in modi che ripugnano alla verginale Virginia. La quale prima del fidanzamento lo rivela con sincerità: non prova «attrazione fisica » per il partner.
Anzi, «ci sono momenti, come quando mi hai baciato l’altro giorno», che lei si pietrifica. E glielo scrive: non sopporta «il suo desiderio». Quanto a Leonard, racconta in confidenza all’amico Gerald Brenan, che quando in luna di miele si avvicina alla sposa con intenti amorosi, Virginia esplode in un tale stato di agitazione, che lui non può che fermarsi.
È frigida, è lesbica Virginia? Fatto sta che Leonard rispetta le paure della sposa, e temendo per la sua salute mentale, rinuncia almeno a quell’aspetto dell’amore, alla soddisfazione sessuale. Il che non impedisce che i due mettano in comune le opere e i giorni e condividano una trepida attesa di vita insieme, fiduciosi in un futuro che tessono nella tela di ragno di case e cose e amici e viaggi e letture condivise.
E nell’esperienza della salute e della malattia, perché il matrimonio è anche questo: l’unione spirituale di due creature fedeli nella gioia e nel dolore. Nel caso dei nostri eroi il dolore si configura come l’esperienza del disagio mentale. E di ben due guerre.
Ecco il romanzo coniugale dei due Lupi, come loro stessi amano chiamarsi giocando col loro nome. È un vero e proprio «marriage of true minds», quotidiano e tragico.
Tutto è condiviso, senza che mai l’empatia si faccia simbiosi. E pian piano, senza nessun sentimento di diminuizione, Leonard diventa la boa a cui ormeggia la nave di Virginia scossa dalla tempesta dei suoi burrascosi umori. Alla follia necessaria a Virginia, perché possa scrivere i capolavori che scrive — La signora Dalloway, Al faro, Le onde — Leonard si “sacrifica”, diciamo così. E sacrifica Virginia stessa. È il genio poetico di Virginia che richiede quel dolore, si convince Leonard.
O almeno, questa è la sua narrazione. Del resto, Leonard ne ha la prova: la “folle” Virginia non la sa curare nessuno degli specialisti che vanno a consultare in Harley Street, la famosa strada dei grandi dottoroni a Londra, il cui selciato i due Lupi consumano, come nel romanzo di Virginia La signora Dalloway fanno Lucrezia e Stephen Warren Smith, poveri sposi afflitti anche loro dalla malattia mentale e vittime di guerra.
Del male di Virginia Leonard si fa custode: grazie all’osservazione minuziosa lo anticipa, nella speranza di prevenirlo. Appena insorge un’emicrania, un inizio di insonnia, ecco che Leonard appresta il rimedio, sempre lo stesso: molto latte, molto letto, assoluto ritiro da ogni attività.
Virginia è messa in quarantena, o come dice lei «in incubazione». In una specie di consegna preventiva viene offerta a Ade, il signore delle tenebre, il quale ultraterreno sposo, così omaggiato, dopo un certo tempo restituirà la novella Persefone al compagno terreno.
In ogni modo Leonard difende intorno a Virginia l’equilibrio che lei nelle crisi di follia perde. Ed ecco che si inventa una attività editoriale, la Hogarth Press, che sarà fortunatissima, e pubblicherà autori fondamentali del Modernismo europeo: T. S. Eliot, Katherine Mansfield, Gor’kij, Robert Graves e la stessa Virginia Woolf. E Freud.
È perlomeno strano allora che malgrado Leonard conosca il lavoro di Freud e metta la propria casa editrice al servizio della causa freudiana, pubblicando gli scritti del grande scienziato, malgrado incontri Freud a Londra e porti con sé Virginia, è perlomeno strano, ripeto, che non gli chieda, se non un consulto, almeno un’opinione riguardo la malattia di Virginia.
In effetti il pomeriggio del sabato 28 gennaio 1939 i due coniugi vanno a Maresfield Gardens, dove Freud è fortunosamente approdato, in fuga dalla Vienna nazista. Sono invitati per il tè e sono giustamente intimoriti. Da Freud, pur debilitato dal cancro alla bocca, spira un’aura — con finezza di osservazione Leonard annota — «non di fama, ma di grandezza».
È un uomo d’altri tempi, straordinariamente cortese e formale, cerimonioso nei modi. E alla fine della visita, offre a Virginia «un fiore», annota Leonard. Nasconde però il dettaglio, che invece Virginia registra nel proprio diario: quel fiore era «un narciso».
La precisazione non è di poco conto. Un grande interprete della psiche umana può firmare anche così una diagnosi.

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