Io penso oggi a Clara Sereni

Tutti noi pensiamo in questi giorni alle vittime tra le vittime, a quei nonni e genitori persi da gente rimpicciolita, tutto ad un tratto, da un pianto non versato fino in fondo, e a quelle miserie, solitudini e disabilità che assalivano anche prima l’esistenza quotidiana, la mordevano con ferocia, vi si lasciavano schiacciare, anche, obnubilate, esauste dopo la rabbia, a intermittenza; quelle miserie, solitudini e disabilità che ora esplodono, come la follia in un contesto disfunzionale, tipo i manicomi di un tempo.
Conosco bene le miserie, le solitudini e le disabilità. Le conosco da vicino. Comprendo anche quale libertà ho scelto, con forza, per non farmene travolgere. Ho scelto la libertà del pensiero.
In questi giorni tremendi per tanti, troppi di noi, io penso oggi a Clara Sereni, alla sua esperienza, soprattutto a quale tipo di madre è stata, oltre che di figlia di un padre che ho ammirato e letto, quando studiavo la Storia all’università.
Rileggo, così, volentieri un articolo su di lei scritto da Oreste Pivetta su “Strisciarossa” il 27 luglio 2018 (due giorni dopo la sua morte) con il titolo Addio Clara Sereni, la scrittrice tra impegno e diversità.

Oggi ho ascoltato alla radio il Presidente della Repubblica inaspettatamente. Seguivo radio 3, come sempre, ed hanno interrotto il programma in onda per trasmettere il suo discorso. Ha nominato tante “categorie” di persone: medici, anziani, disabili, genitori, insegnanti… Ho pensato alla mia famiglia, al fatto che sono quella, tra noi, per un motivo o per un altro, meno esposta al pericolo che sta incombendo su tutti. Ho pensato anche al fatto che sono insegnante, mediocre con la DAD (didattica a distanza, per gli esterni) e forse anche senza, ma che insegno, appunto, scendo in campo. Sì, mi impegno anch’io, il più delle volte con senso di umiliazione. Ma lo faccio.
Questo articolo, che non può non parlare di famiglia e di impegno, lo dedico alla mia famiglia, che si impegna. Buona lettura.

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Clara Sereni, che è morta ieri quando non aveva ancora 72 anni (li avrebbe compiuti il 28 agosto), era una scrittrice molto brava, raffinata, sensibile, colta, ma dovremmo ricordarla anche per altro: per il suo impegno generoso nella politica, nel sociale, nella vita di tutti i giorni, come è difficile immaginare di questi tempi, impegno nel “fare” quando lo suggerivano la sua formazione, la sua identità politica e, in aggiunta, uno stato molto particolare e molto suo. Clara Sereni aveva un figlio autistico, Matteo, che avevo conosciuto un paio di anni fa, un ragazzone allora un po’ irrequieto e gentile.
Clara Sereni aveva sperimentato su di sé la “diversità” e ne aveva fatto una ragione di scrittura: la diversità di una comunista, ebrea, figlia di un comunista in un mondo che prendeva ben altre strade da quelle forse immaginate prima dal padre, Emilio Sereni, e poi da lei, madre di un figlio bello e speciale, segnato dallo stigma di una condizione che i più temono (o temevano), condizione che lei sapeva descrivere con delicatezza, ma anche senza mascheramenti. “I bambini escono tra grida e spintoni: suo figlio come sempre per ultimo, la maestra gli dà le braccia e sostiene il suo corpo difficile. Affaticato dalle scale suo figlio trasferisce tutto il peso su di lei, sorride del suo sorriso storto a sua madre che si è fatta bella, nei suoi occhi c’è una storia lunga e una scintilla di sole… Già il lampo allegro è scomparso, la piazza è per lui un continente lontano: per stanchezza, per vergogna…”. Sono righe che leggo da Manicomio primavera, uno dei suoi primi libri, pubblicato da Giunti nella collana Astrea, il più letto dopo Casalinghitudine (per Einaudi) e prima del Gioco dei Regni (ancora per Giunti): agli esordi l’intimità di donne che soffrono e lottano, anche attraverso le azioni che appartengono alle consuetudini più banali della casa, le ricette della pasta e fagioli, ad esempio; in seguito la “grande storia”, ricostruita attraverso le vicende di una famiglia.
Clara Sereni era nata a Roma nel 1946, figlia di Xenia Silberberg, ebrea di origine russa, antifascista, scrittrice, e di Emilio, grande storico dell’agricoltura, strenuo oppositore del fascismo, più volte per questo arrestato e condannato, quindi dirigente di primo piano del Pci, nel comitato centrale fino al 1975, due volte ministro nei governi guidati da Alcide De Gasperi. Emilio Sereni aveva un fratello, Enzo, sionista-socialista, fondatore di un kibbutz in Palestina. Questi pochi termini, fascismo, antifascismo, comunismo, sionismo, racchiudono i decenni del secolo scorso che Clara Sereni rappresenta nel suo romanzo: gli attori sono a lei vicini, il resto è la cancellazione delle libertà, le leggi razziali, la guerra, l’olocausto, la Resistenza, la ricostruzione, le speranze… un mondo devastato, un mondo che cerca di risorgere. Clara Sereni ha dalla sua le vicende familiari e sa intrecciare particolare e generale, sa incidere nel proprio passato e allo stesso tempo esercitare lo sguardo critico e scientifico della storica. Bellissimo libro, che Giunti ha di recente e opportunamente ripubblicato. Altri testi seguiranno, come Una storia chiusa, nel 2012, dove la narrazione corre attraverso le parole degli anziani ospiti di una casa di riposo (lei stessa aveva scelto di ritirarsi negli ultimi anni) o come Via Ripetta 155, nel 2015, dove era vissuta da giovane, ancora una volta misurando una esperienza familiare e filiale con il trambusto di quei tempi, tra i Sessanta e i Settanta, di contestazione, di proteste, di cortei, fino alla lotta armata, pietra tombale sulle utopie libertarie della sua generazione.
Nel 2004, con il marito, lo sceneggiatore e regista Stefano Rulli, aveva partecipato alla realizzazione di un film-documentario, Un silenzio particolare, in cui aveva voluto ancora addentrarsi, lei con noi, nella sofferenza del figlio (che compariva). L’ultima scena è l’abbraccio tra lei e Matteo.
A Perugia dove si era trasferita da Roma nel 1991 era stata assessore alle politiche sociali e vicesindaco. Soprattutto si era impegnata nel mondo del volontariato. Aveva creato “La Città del Sole”, una realtà nata per costruire percorsi di vita per persone con disabilità psichica e mentale, altrimenti a forte rischio di istituzionalizzazione. Questo era il suo traguardo molto concreto e molto quotidiano: cancellare l’esclusione. Nutriva la convinzione che un cammino fosse aperto per tutti.
Un giorno Clara Sereni mi chiamò in redazione all’Unità e mi chiese di scrivere qualcosa che fosse un reportage per un libro di cui aveva pronto in mente il titolo: Si può. Lo aveva proposto anche ad altri giornalisti: Gad Lerner, Gianni Riotta, Lucia Annunziata, Barbara Palombelli. Clara aveva già organizzato qualche cosa di simile, raccogliendo in un libro intitolato Mi riguarda testimonianze di genitori e familiari di ragazzi con qualche problema per la testa. Ora voleva che l’aiutassimo a divulgare storie di chi dal fondo o quasi del pozzo aveva saputo e potuto risalire. Raccontai di una cooperativa friulana, inventata da uno psichiatra, che aveva lavorato con Basaglia, che aveva raccolto malati mentali, alcolisti, ex detenuti, che aveva dato loro un lavoro e un salario, dimostrando che si può reagire a tante disgrazie, “costruendo con pazienza una vita degna d’essere vissuta”. Era il sogno di Clara. Il libro fu pubblicato da e/o e fu Si può!, con un bel punto esclamativo. Era il 1996. Credo che abbia suggerito qualche spunto a Giulio Manfredonia, il regista, per il suo film del 2008 Si può fare (con Claudio Bisio)
In un libro del 1995, Taccuino di un ultimista, Clara Sereni si presentava così: “ebrea per scelta più che per destino, donna non solo per l’anagrafe, esperta di handicap e debolezze come chiunque ne faccia l’esperienza, utopista come chi, radicandosi in quanto esiste qui e oggi, senza esimersi dall’intervenire sulla realtà quotidiana, coltiva il bisogno di darsi un respiro e una passione agganciati al domani». “Si può” era il suo modo di non rassegnarsi.

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