“Non si muore d’estate”, tu hai detto, Pavese

Incline ad innamorarmi, nel senso più vivo della parola, di personaggi di film e di romanzi e di scrittori ormai morti (pur non concependo un al di là), ho trascorso un’adolescenza e una prima giovinezza investite da passioni continue.
Tra queste, quella per Cesare Pavese, di cui lessi tutto il leggibile, era qualcosa di robusto, accompagnando il mio fiorire di donna e la forza che mi dava quel demone trascinante della comprensione.
Procedevo sentendo vicino l’uomo, che potevo ritenere di conoscere piuttosto bene, senza interessarmi ad un giudizio morale; rafforzavo, poi, questa mania della comprensione con l’esame del suo lavoro di poeta, di narratore e di studioso, un lavoro che amavo; il frutto di questo processo era ciò che tuttora vivo con tanti scrittori, mi interessava cioè accostarmi a quella vita intellettuale, che ovviamente non poteva essere scissa dalla vita tout court, e lo facevo con un entusiasmo che sentivo come un dovere, un destino, alla ricerca affannata della mia stessa natura, ancora così misteriosa, perché così mossa, convulsa. Era questione di potersi fidare di un esempio. Ecco, mi fidavo del suo esempio. Da qui nasceva la passione di cui ho parlato. Avevo bisogno di un principe del pensiero. Di sentire soprattutto che quel principe mi era amico.
Questa gloriosa forma di pietas mi consentì più tardi di distaccarmi alquanto dall’uomo e dallo scrittore, quel tanto che bastava a non disprezzarne (viceversa, a renderlo ancora prezioso) l’insegnamento a suo tempo ricevuto.

Oggi è il 27 agosto e un 27 agosto Pavese si ammazzò. Era d’estate ed era il 1950, sono passati quindi esattamente settant’anni. Non so quale ricordo ne abbia l’Italia, e tutto sommato me ne interesserò poco, oggi, non andrò a leggermi tutti gli articoli usciti nelle varie riviste letterarie. Conosco, credo, Pavese, come un “estraneo” meglio non potrebbe. Ma oggi ho voluto rileggere qualche sua poesia da Lavorare stanca, fermandomi alla fine su quella dove Pavese si smentì, in qualche modo, morendo d’estate. È la poesia, inoltre, che mi ispirò a sua volta, a quei tempi, dei versi che un giorno avrò forse il coraggio di pubblicare. Si chiama Mito.
Intanto scrivevo altre poesie “alla maniera di Pavese”, che mi rapiva. Rileggere Lavorare stanca ora è stato ritrovare innanzitutto quel ritmo che voleva essere “quasi” whitmaniano e che dipanandosi nelle sue tredici sillabe del verso, erano di una sicurezza disarmante. Leggere Lavorare stanca ad alta voce è ora un piacere assoluto.

Mito fu scritta nel 1935. La leggo nell’edizione che possiedo (Lavorare stanca, Einuadi, 1943).

                                Mito

Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà piú dov’erano le spiagge d’un tempo.

Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio i fragori del sole
fatto sangue. È mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca più il cielo; le nubi
non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.

Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.

Ora pesa
la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena: la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

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