“Con questa bocca che ride, poverina, disperata”. Da Pier Paolo Pasolini

Sono venuta a Casarsa. Dodici anni fa. Ho visto la tua tomba, ho visto quella campagna, così lontana, quel Friuli pieno di erbe, di luoghi inaccessibili. Era estate. Mi venivano in mente le rogge, certe poesie di Pascoli, il verde continuo che non avevo potuto conoscere in mezzo al cemento.
Andai con la bici per quelle strade, per quel paese piatto, nel “centro studi” a te dedicato, spoglio, ancora in nuce, in fieri. Chissà com’è ora, se è finalmente degno di te, della tua disperazione.
Le tue poesie friuliane sono le più fresche, le più tenere, come quelle erbe, quel fradicio di una campagna inesorabile e sincera, non da cartolina patinata.
Le tue poesie friulane, il tuo provenzale desiderio di una forma, di una terra e di una lingua lontana, de loinh, una lingua che riprendevi in mano, la lingua-poesia della tua disperata vitalità… A questo pensiero ora mi avvicino.
Avrei potuto essere più tecnica, oggi, citare quel Contini che ti ha scoperto e che amo, ma questa è solo una pagina di poesia che ricorda la tua morte, di quarantacinque anni fa.

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Un rap di úa (1)

 

Mi soj insumiàt di mangià úa,
un grignèl par volta,
da un rap verdulìn e plomp.
Dut il distín di un omp,
li disgrassiis,
ta chè fres’cia úa pena ciolta
e vecia coma il mond.

Tal sun, i soj jo ch’i la mangi,
cun chista bocia
ch’a rit, puareta, disperada
ulì, ingianada
dal scur sun,
parsè che, ridínt, a ghi tocia
mastià chè úa impestada.

Jo i la sclissi cui dinc’ als
parsè che co al mòur
o al mangia un al si vergogna:
coma s’i ves la rogna
i inglutís
chei grignej fis tal luzòur
che sui muars al si pòign.

Un grappolo d’uva

Mi sono sognato di mangiare uva, un grano alla volta, da un grappolo verdolino e fradicio.
Tutto il destino di un uomo, le disgrazie, in quella fresca uva appena colta e vecchia come il mondo.

Nel sogno, sono io che la mangio, con questa bocca che ride, poverina, disperata, perché ingannata dal buio sogno, deve masticare ridendo quell’uva impestata.

Io la schiaccio coi denti alti, perché quando muore, o mangia, uno si vergogna: come se avessi la scabbia, inghiotto quei granelli fissi nel chiarore che cade sui morti.

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(1) Da P.P. Pasolini, La nuova gioventù, Einaudi, 2002, pag. 86.

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