Ciò che non può fare la compassione

“La filosofia – quando non ha assunto il sentire della compassione a fondamento stesso di una morale, come è avvenuto con Rousseau  e con Schopenhauer – ha mostrato di volta in volta gli aspetti ambigui, autoconsolatori, dolciastri, della compassione.
Scrittori e artisti hanno invece rappresentato, della compassione, i gradi e le forme del suo manifestarsi, la lingua, i gesti, la tensione conoscitiva. Hanno mostrato la grande scena in cui la compassione prende forma: la comunità dei viventi, la finitudine che unisce nello stesso cerchio tutti i viventi, uomini e animali. Con la singolarità dei loro corpi, e desideri, e ferite.
La rappresentazione letteraria, artistica e teatrale della compassione è ininterrotto racconto di una presenza, quella dell’altro, del suo volto, delle sue insondabili profondità. Una presenza che corrobora la stessa identità di colui che è soggetto dello sguardo. E smuove un sentire, che dal soggetto torna verso il sentire dell’altro. Diventa, infine, riconoscimento del legame che trascorre tra tutti gli esseri. Nell’orizzonte di questa comune appartenenza il dolore dell’altro non chiama l’indifferenza ma la prossimità.”

                                 Antonio Prete, Compassione (1)

 

Credo che la compassione, quella che non dimentica nulla della sua etimologia, che ne trattiene invece il peso ancestrale e per nulla scontato, abbia molto a che fare con l’ultimo stadio della realtà, il suo ultimo livello. Voglio dire che questo non è sentimento che possa essere scomodato per situazioni comuni.
Ciò che colloco all’ ultimo livello è l’essenza del tragico, intendendo sia quello letterario sia quello che si accanisce con i banali vissuti, li travolge e li corrompe.
Esiste un mito in cui la compassione è il sentimento totalizzante e invincibile (incontrollabile) di cui parlo,  un sentire che non può conoscere compromessi: si tratta ovviamente del mito di Antigone, il cui significato si dipana su un tessuto opposto alla stucchevole materia del pietismo, usata come  sbiadita bandiera di una sterile bontà, termine, questo, che si ritrova spesso nel parlottio di chi non sa che dire anche di fronte a disgrazie reali, certo, ma troppo lontane, e guardate con l’indifferenza che rende blasfemo il solo parlarne.
Nell’Antigone sofoclea l’ultimo livello del reale è la circostanza nella quale si viene a trovare la giovane sorella di Eteocle e Polinice,  coinvolti nella loro guerra fratricida. Il caso tremendo è lo scontro con la legge. Uno scontro necessario perché scelto da lei in nome dell’amore, in nome della compassione. Quando il nemico dello Stato, Polinice, colui che ha mosso guerra a suo fratello e alla città, il giovane infame, l’indegno, colui che è diventato straniero per tradimento, viene ucciso da Eteocle (e, nello stesso tempo, lo uccide), va rispettato il fondamentale divieto, affinché la giustizia definitiva si compia.  Il corpo morto di Polinice non deve essere seppellito, non deve essere onorato. Va lasciato alle intemperie che lo strazieranno, e alle belve che lo dilanieranno, ne faranno scempio. Questo dice la legge, non merita onori di alcun tipo il corpo morto del traditore, e questo ordina Creonte, il re, e chiunque trasgredirà questa legge subirà la più tremenda delle pene, verrà condannato ad una morte atroce. Antigone decide di seppellire il corpo così esposto al disonore, il corpo del nemico dello Stato, di suo fratello. Conosce le conseguenze di questo atto, ma di fronte alla legge dello Stato esiste un’altra legge non visibile, non scritta, quella della pietà, della compassione. Per Antigone quest’ultima è la legge a cui bisogna obbedire, una legge necessaria e perentoria, più forte e implacabile di qualsiasi norma politica. C’è chi tenta di dissuaderla, ma lei non ammette tentennamenti: compie il suo atto. Creonte non può comprendere questo, perché per lui, che regna, l’obbedienza alla legge dello Stato è fuori discussione. Sennonché, quando Creonte viene a sapere che proprio Antigone, la sua amata nipote, ha violato la legge per obbedire alla pietà, resta sconvolto. Antigone non è soltanto sua nipote, ma anche la promessa sposa di suo figlio. Creonte è sconvolto perché la piccola ragazza ha scelto qualcosa di molto più grande di lei, ha collocato la compassione al di sopra di tutto. Non diventerà moglie del futuro re, non vivrà un futuro fatto dei lieti appagamenti della giovinezza, dell’amore coniugale, del potere. Lei ha scelto l’atto pietoso e quindi la propria morte.
Esiste qualcosa, insomma, che la compassione proprio non può implicare, vale a dire non può restare invisibile, o soltanto banalmente seducente. Tante vite comuni, al contrario, conoscendo in qualche modo la tragedia, possono elevarsi alla onorabilità che quella esige.
Il tragico confina. Odori, aloni o tremolii di aria si lasciano percepire con ogni facilità, lì accanto. Ci scorre vicino una corrente più o meno rumorosa. Voltare le spalle ed allontanarci, per non scendere a farci toccare da ciò che non ci ha toccato, ha ancora un residuo di sensatezza, prima di riconoscere il fiato spietato della prossimità.
Ci si chiede di fronte agli eventi tragici: come si può rimanere indifferenti davanti a tutto questo? Appunto. È meraviglia che matura di fronte ad una sorta di incomprensibile freddezza, è  sgomento che, in assenza di ipocrisia, afferma, urla una forza che, lungi dall’identificarsi come dolciastra e mite, nasce dalle cose estreme per portarti a cose estreme. La mancanza di compassione, il rifiuto della sua potenza, è uno spreco psichico e morale di enorme portata e possiede i connotati che identificano il parassita, come lo avrebbe definito Gramsci.
Forse Erri De Luca è uno di quelli che ti mostra che “diventare come Antigone” si può e si deve. O diventare come Don Chisciotte. Nella sua prosa Indifferenza, tratta da Alzaia (2), l’ indifferenza è un disturbo della percezione, per cui non si riesce a distinguere ciò che è reale dalla messinscena, e per cui si assiste alla violenza o alla disgrazia inerti, come se si assistesse ad uno spettacolo o si guardasse un film. Il disturbo di Don Chisciotte è opposto a quello dell’indifferente, perché l’eroe folle stava sempre in mezzo, come si dice, non si faceva i fatti propri. Per Don Chichotte, soprattutto, ogni cosa, anche la finzione, era realtà. Irruppe per esempio in uno spettacolo di marionette e ne fece strage, credendole nemici. Davanti ad un telegiornale, conclude De Luca, dovremmo sentirci un po’ meno spettatori e ficcarci negli occhi un po’ di più di quel collirio folle di Don Chisciotte.
La compassione sta al centro del suo Solo andata (3). Sono poesie sui disperati, o spesso di disperati. Può capitare infatti che De Luca li faccia parlare.  I versi sono le loro voci, che vengono enumerate nei titoli (Sei voci, Due voci, ecc.). Riemergono in qualche modo i  morti annegati nelle barchette del Mediterraneo. E vivono  nuovamente anche i perseguitati dai regimi, oppure i cosiddetti “zingari” massacrati ad Auschwitz, o ancora i poveri di ogni città e latitudine. La dignità di quelle parole è  “quercia nella bufera” e pare essere chiamata in causa la pietas dell’eroe virgiliano come una sorta di ineluttabile premessa al rifiuto di ogni indolenza.
Una di queste poesie riassume tutte le voci e si chiama Coro, infatti, e la riporto a ribattere il suo canto secco, scarnificato.

Siamo gli innumerevoli, raddoppio a ogni casa di scacchiera
lastrichiamo di scheletri il vostro mare per camminarci sopra.

Non potete contarci, se contati aumentiamo
figli dell’orizzonte, che ci rovescia a sacco.

Siamo venuti scalzi, invece delle suole,
senza sentire spine, pietre, code di scorpioni.

Nessuna polizia può farci prepotenza
più di quanto già siamo stati offesi.

Faremo i servi, i figli che non fate,
nostre vite saranno i vostri libri d’avventura.

Portiamo Omero e Dante, il cieco e il pellegrino,
l’odore che perdeste, l’uguaglianza che avete sottomesso.

Meno di un anno fa è morto un sacerdote, don Roberto Sardelli, che rifiutò l’ indolenza.
Sardelli, ordinato sacerdote nel 1965 e trasferitosi in una parrocchia della periferia romana nel 1968, si era accorto ben presto che a pochi metri da questa, in un territorio che ancora aveva l’aspetto di una campagna (ora è uno stupendo parco naturalistico ed archeologico), dove sorgevano i resti imponenti degli antichi acquedotti romani, era sorta una grande baraccopoli proprio a ridosso di uno di questi acquedotti che, ironia della sorte,  si chiama “Acquedotto Felice”. Nelle baracche si era insediata, a partire da qualche anno prima, una “comunità” di povera gente venuta a Roma dalle regioni meridionali e centrali d’Italia per trovare un’occupazione dignitosa, attratta dalle promesse di un lavoro nel campo dell’edilizia, realtà molto attiva a Roma in quel tempo, dietro la quale la speculazione e il conseguente sfruttamento erano operazioni massicce e all’ordine del giorno. Questi padri, con la promessa di un lavoro ma non di una casa, partivano con la famiglia, dopo aver già acquistato una di quelle misere baracche, casette prive di acqua corrente, di luce elettrica, di fognatura, ma piene di umidità, di topi e di scarafaggi. I bambini di quelle famiglie andavano il mattino in una scuola che li escludeva. Finivano ben presto nelle cosiddette “classi differenziali”, le classi per gli ultimi, per i diversi, per i bambini che non stavano al passo, gli “scartati”.  L’alternativa era la bocciatura.
La compassione non è pietismo. Non può lasciarti acquattato, immobile. Ti costringe a uscire e a venire allo scoperto.  Don Roberto Sardelli fondò una scuola tra quelle misere casupole, una scuola che non voleva essere il doppione di quella del mattino, quella “di Stato”, come veniva definita allora. I ragazzi e i bambini avrebbero svolto i compiti assegnati al mattino soltanto durante la prima parte del pomeriggio, poi iniziava la fase di studio “vera”, quella pensata per l’empowerment, la consapevolezza, la presa di coscienza delle proprie scelte. Per Sardelli, infatti, era necessario che quei ragazzi poveri comprendessero meglio e bene quale fosse la loro realtà, quale futuro avrebbero potuto costruirsi, in quale società vivevano e in quale società avrebbero voluto vivere. Si leggevano quotidiani, riviste, libri, si scriveva. Il dizionario della lingua italiana era il libro più “rovinato”, ebbe a dire don Roberto, perché per pensare come si deve, cioè con cognizione di causa, si devono conoscere le parole che quel pensiero utilizza. Si scrisse un testo di denuncia, una Lettera al sindaco in cui la fermezza, la decisione prendono il posto dei cosiddetti piagnistei. Non è però la creazione della “Scuola 725” (così si chiamò, dal numero della baracca dove fu sistemata) il dato davvero significativo, a conclusione del mio lungo racconto e ragionamento, ma è il fatto che don Roberto scelse di vivere lì, nella baraccopoli, per condurre un’esistenza del tutto simile a quella delle persone che aveva deciso di aiutare. Niente paternalismo e sentimento di superiorità, dunque, ma reale vicinanza, prossimità, quella di cui parla Antonio Prete nel brano all’inizio citato.

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(1) A. Prete, Compassione. Storia di un sentimento, Bollati Boringhieri, 2013.
(2) E. De Luca, Alzaia, Feltrinelli, 2007.
(3) E. De Luca, Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo, Feltrinelli, 2005.

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