Tacito e la memoria delle morti eroiche

J.L. David, La morte di Socrate. Particolare.

 

Ciò che in un uomo è la cosa più fuggevole, e nello stesso tempo la più grande, la parola pronunciata e il gesto compiuto una sola volta, muore con lui, e rende necessario il ricordo che di lui conserviamo. La memoria trova il compimento nel nostro legame con il defunto […] e riecheggia di nuovo nel mondo.

                          H. Arendt, Commemorazione di Karl Jaspers, 4 marzo 1969[1]

 

 

Lo storico Tacito narrò negli Annales le celebri morti di Seneca, Petronio e Trasea Peto. A questo scopo usò una serie particolare di fonti letterarie, che può essere definita nel suo insieme la letteratura degli Exitus illustrium virorum, una produzione focalizzata sul racconto, appunto, delle morti di uomini illustri[2] fiorita presso gli ambienti stoici in età giulio-claudia e continuata fino a quella flavia e sotto Traiano.
Nel I sec. d. C. la filosofia cinica e quella stoica si erano affiancate nella condanna del potere imperiale, ed era così affiorata una forma di propaganda anticesarea che si avvaleva di exempla di uomini virtuosi e di una topica di cui fece uso, tra gli altri generi, anche la storiografia. Il moto accusatorio sosteneva quello elogiativo in opere che stavano quindi a metà strada tra biografie encomiastiche libertarie e veri e propri epitaffi, secondo un filone inaugurato da Cicerone con l’elogio di Catone Uticense[3] e continuato in due biografie, sempre di Catone – di cui una scritta da Trasea Peto – e in opere storiche non allineate, tra cui ricordo gli Annales composti da Cremuzio Cordo, condannati al rogo sotto Tiberio e a causa dei quali al loro autore fu intentato un processo. Aggiungo per inciso che la vicenda finì col suicidio di Cremuzio Cordo, esattamente come era accaduto a Tito Labieno, la cui opera era finita al rogo sotto Augusto.
In effetti la storiografia conservava più di altri generi la fedeltà agli antichi valori della classe senatoriale e dunque spesso esprimeva un atteggiamento di chiara opposizione al regime imperiale, intriso di rimpianto per la libertas[4]. In ogni modo, tutti quegli scritti che esaltavano la morte eroica dei martiri della libertà rappresentano, appunto, la letteratura degli Exitus illustrium virorum di cui fu Plinio il Giovane ad offrirci notizie dettagliate in modo che se ne possano fare alcuni nomi: cito, dunque, oltre allo stesso Plinio, Aruleno Rustico, che aveva scritto la biografia di Trasea Peto, ed Erennio Senecione, che aveva scritto la biografia di Elvidio Prisco. Per la storia meno recente, menziono lo stesso Trasea Peto.
Le opere su Catone (le laudationes Catonis) erano assunte, come dicevo, ad exemplum fondante da parte di questa sorta di laudationes funebres. Catone era infatti il “Socrate romano”, per cui a Roma si vedeva esteso il concetto morale greco dell’indipendenza del sapiens a quello politico della lotta estrema per la libertas. Offre un’idea netta di tale curvatura la biografia di Catone scritta da Plutarco, che ricalcò quella composta da Trasea Peto, la quale a sua volta riprendeva un terzo autore, in una successione di prestiti davvero significativa perché si comprenda il gioco della memoria storica che poi porterà a Tacito. Nel racconto plutarchiano si legge che Catone, prima di morire, aveva preso in mano il dialogo platonico sull’anima, cioè il Fedone; poi si era abbandonato al sonno, come era accaduto a Socrate (il Critone inizia proprio con il risveglio del filosofo ateniese); infine rimproverò il figlio piangente – il quale lo stava supplicando di salvarsi – sollecitandolo a consentirgli di rispettare le proprie convinzioni e ricalcando, in questo modo, ancora l’atteggiamento di Socrate nei confronti di Critone[5].
Ricordo qui inoltre che gli Exitus furono tenuti presenti anche per gli acta martyrum pagani, una specie di resoconti di processi davanti ad un princeps, per cui legittimamente ci aspettiamo che queste celebrazioni delle morti eroiche comprendessero anche la fase del processo, nella forma concitata del dialogo, funzionale al pathos. Ora, sia le forme del processo che i racconti delle morti, con il loro armamentario di tópoi, si ritrovano in certi episodi delle morti narrate negli Annales di Tacito. Ed anche l’Agricola sembra non solo aver considerato molto da vicino questa sorta di epitaffi a venatura stoica, ma averne assimilato i modi, e spesso anche l’impeto, così intimamente da meritare una piena collocazione nella tradizione di cui parlo[6].
Sopravvissuti ai tempi orrendi della tirannide domizianea, gli stessi personaggi, come Tacito, che in qualche modo avevano iniziato la loro fortuna proprio sotto il despota, con maggiore decisione ora sentivano l’esigenza di gridare più forte, come a ribadire la loro innocenza, entro il coro dei denigratori del passato regime, sottolineandone soprattutto le differenze dai principati degli altri Flavi, e ingraziandosi allo stesso tempo Nerva e Traiano. Tacito avvertiva l’urgenza, presentandosi come “il panegirista del martire insigne”[7], di assumere la guida della schiera degli indignati.
La forza oratoria del secondo capitolo dell’Agricola lo dimostra: l’autore cita le condanne a morte di Aruleno Rustico, a causa della lode a Trasea Peto, e di Erennio Senecione, a causa della lode ad Elvidio Prisco, e continua col ricordare che la crudeltà non si era accanita solo su questi ingegni, ma anche sulle loro opere, che finirono bruciate. Ma ecco che a questo punto il tono del discorso si innalza. “Quelle fiamme”, viene detto, “non potranno distruggere la voce del popolo romano, la libertà del senato e la coscienza di ogni uomo […]; noi abbiamo visto il confine ultimo della schiavitù, perché ci fu tolta anche la parola. E noi avremmo perso anche la memoria, con la stessa voce, se fosse stato in nostro potere tanto il dimenticare quanto il tacere.”[8] L’operetta lascia filtrare l’acrimonia della retorica stoico-cinica. A tratti la modulazione è del tutto impregnata dell’umore dell’accoratezza epicedica, dell’esaltazione della memoria.
Ma veri grumi di materia rappresa emergono nelle descrizioni di alcune morti presenti negli Annales, quando Tacito fa un uso diretto delle fonti che propongono la topica allusiva a Catone e a Socrate[9]. Il racconto che, negli Annales, riguarda Seneca[10] dispiega, a cominciare dall’aggettivo “interritus[11] (“impavido”) con cui si apre, un insieme di richiami alle pagine finali del Fedone, dove è narrata la fine di Socrate. In quest’ultimo luogo si legge: “Così dicendo porse la ciotola a Socrate. La prese, Echecrate, con tutta la sua serenità, senza alcun tremito, senza minimamente alterare colore o espressione del volto”[12]. Seneca, in Tacito, è a sua volta circondato dagli amici, mentre dichiara che, conservando la memoria dell’immagine della sua vita lasciata a loro in eredità, essi avranno la gloria di una condotta irreprensibile[13]. Socrate aveva chiesto agli amici, come ultima volontà, che vivessero secondo la filosofia di cui avevano discusso[14]. E li aveva rimproverati, quando essi avevano cominciato a piangere: ” ‘Ma che state facendo?’ esclamò ‘Siete straordinari. E io che ho mandato via le donne perché non mi facessero scene simili; a quanto ho sentito dire, bisognerebbe morire tra parole di buon augurio. Siate calmi, via, e siate forti’ “[15]. Assume, così, lo stesso comportamento che negli Annales mostra Seneca, il quale, rivolgendosi agli amici, “li distoglie dalle loro lacrime, ora con le parole, ora più forte, nella maniera di chi richiama alla fermezza e chiedendo dove siano gli insegnamenti della sapienza e dove la ragione esercitata in tanti anni contro le minacce incombenti”[16]. Inoltre, “poiché la morte lenta si prolunga, Seneca prega Anneo Stazio di versargli il veleno preparato da tempo”[17]. Si tratta della cicuta, come Tacito stesso lascia comprendere subito dopo, riferendosi direttamente alla pena inflitta allo stesso Socrate[18]. Infine, il filosofo latino, secondo il racconto tacitiano, “entra in una vasca di acqua calda e, spruzzandone i servi più vicini, aggiunge di farne libagione a Giove Liberatore”[19], così come Socrate nel Fedone, mentre faceva il bagno e dopo che gli era stata portata la ciotola col veleno, aveva chiesto se potesse far libagione di quella bevanda a qualcuno[20].
Dell’episodio dell’exitus di Seneca è rimasto anche il racconto che ne fece Cassio Dione. Ma la versione tacitiana, rispetto a quella, è favorevole al filosofo, in quanto Tacito con ogni evidenza aveva appunto utilizzato una fonte che apparteneva alla letteratura stoica degli Exitus illustrium virorum. Non è un caso, quindi, che i motivi disposti per l’organizzazione degli eventi che riguardano Seneca vengano in parte riproposti in quella relativa a Trasea Peto. Alla storiografia si affianca la tradizione letteraria e i racconti di Tacito, diffusi e ricchi di particolari, assorbono lo spirito stoico. Trasea in punto di morte ripete a sua volta il carattere e i gesti di Seneca: anch’egli è dipinto come coraggioso[21], anch’egli è circondato dai cari, i quali, tra l’altro – e viene riattivata la reminiscenza socratica – ascoltano il filosofo Demetrio, “maestro della dottrina cinica”, e lo interrogano sulla natura dell’anima. Anche qui i presenti cominciano a piangere alla notizia che Trasea dovrà morire, e quello si preoccupa più per loro che per se stesso[22]. Ugualmente, infine, quello ha intenzione di libare a Giove Liberatore, qui con il proprio sangue. E patisce una morte lenta[23].
Il racconto della morte non stoica di Petronio allo stesso modo rimanda, ma in negativo, alla consolidata tradizione, per cui risulta evidente che anche in questo caso Tacito avesse presenti direttamente gli Exitus stoici. Sono marcate le assenze degli elementi topici a delineare la mors in antitesi là dove leggiamo che Petronio “non scacciò la vita precipitoso, ma, incise le vene, a suo piacimento, dopo averle fasciate, le apriva di nuovo e parlava agli amici non di argomenti seri o tali da cercarvi la gloria della fermezza. E li ascoltava che parlavano non dell’immortalità dell’anima e dei precetti dei sapienti, ma di poesie poco serie e di facili versi.”[24].
Si crea, insomma, una struttura in funzione della memoria stoica, a prologo della quale si potrebbero porre le parole del sedicesimo capitolo del libro XVI degli Annales: “Sia dato questo, degli uomini illustri, alla posterità: che allo stesso modo in cui le loro esequie sono separate dalle comuni sepolture, così nella narrazione delle ore estreme ottengano e conservino una più particolare memoria.”
Eppure Tacito non ammirava gli stoici. Parlando di Trasea Peto, aveva annotato che quello, “uscito dal senato, aveva portato a sé un motivo di pericolo, ma non offerto agli altri un inizio di libertà.”[25] In questo modo lo storiografo latino riprendeva le considerazioni esposte nell’Agricola, dove, mentre esaltava la prudenza del suocero, affermava con forza che quello “non provocava la fama ed il fato né con l’ostinazione né con una vana ostentazione della libertà”, e che “una moderata obbedienza, se accompagnata ad una energica operosità, innalza a quel punto di gloria con cui molti divennero famosi con una morte ambiziosa, per vie pericolose, ma senza alcun vantaggio per la patria.”[26]
Nel suo studio sul valore dell’espressione tacitiana “nunc demum redit animus” (“adesso finalmente ritorna ‘lo spirito’ “)[27], Marchetta si chiede il motivo di questo atteggiamento apparentemente contraddittorio nei confronti di quei martiri dei quali lo storiografo aveva parlato, all’inizio dell’Agricola, in ben altri termini. Afferma lo studioso che, sul punto di narrare la fine di Agricola, Tacito si era trovato a provare l’imbarazzo del confronto, che gli si poneva davanti, tra le morti eroiche degli eroi libertari e il suocero morto di malattia, nel suo letto, e aggiunge che ad aumentare il disagio dello scrittore latino sarebbe stato il possibile paragone tra se stesso e gli scrittori vittime della tirannide Aruleno Rustico ed Erennio Senecione, un disagio che esigeva di attenuare i meriti di quelli e di aumentare, attraverso l’elogio del suocero, i propri. Sennonché per Marchetta non esiste contraddizione tra i due momenti, perché già nella parte iniziale dell’opera Tacito aveva dimostrato di guardare con apprensione non tanto “il soffocamento della libertà, quanto l’ottundimento della coscienza della libertà, l’intorpidimento dello spirito, la letargia delle facoltà intellettive”. E’ in questo ‘spirito’, aggiunge lo studioso, e non nel ‘coraggio’, che si deve rintracciare il significato del termine “animus“, presente all’inizio del terzo capitolo dell’Agricola. Dunque il gesto eroico suscita ammirazione, sì, ma quello stesso può offrire al tiranno il pretesto per soffocare proprio quello spirito diffuso che ne era alla base, e ciò spiega bene l’intenzione del proemio dell’opera[28].
Ma come giustificare allora l’uso diretto delle fonti stoiche negli Annales? La scelta di queste fonti rispondeva probabilmente a due tra le maggiori istanze della storiografia tacitiana, cioè, innanzitutto, quella che univa l’esigenza del rigore scientifico allo studio dell’intimo umano, in cui si annidano le vere cause dei fatti, per arrivare così all’impulso mimetico della pagina storica, ed in secondo luogo l’intento moralistico assegnato all’analisi del vero. La memoria, infatti, già potente in se stessa, se è attivata attraverso il racconto delle morti di uomini che hanno subito la violenza del tiranno, rappresenta anche la vitalità del compito dell’intellettuale, diviene cioè il vigore della coscienza civile, unico autentico moto di ribellione all’oppressione liberticida.
Le narrazioni degli Exitus virorum illustrium offrivano con ogni evidenza una ricchezza di spunti della quale lo storiografo non avrebbe mai fatto a meno, pur egli essendo più interessato “all’elemento anticesareo che all’apologia stoica”[29]. In più, tali fonti, celebri e per ciò stesso irrinunciabili, arrecavano un insostituibile apporto al vigore drammatico che doveva sostenere il testo storico, nelle intenzioni del suo autore. Ecco, dunque, che si giunge al valore della mimesi in questo splendido, vivido autore della letteratura latina[30]. La pagina ricca di pathos sviluppa il complesso umorale, il timbro che dà voce alla memoria, ed è così creata, insomma, la base a sostegno della conquista della coscienza storica. La manifestazione della realtà nasce dall’istanza di un rigore scientifico. Nella condizione in cui chi scrive sa che ci sono stati tempi, anche vicini, che hanno impedito la libertà, raccontare eventi delittuosi serve alla Storia stessa. La narrazione di fatti drammatici si rende necessaria se, proprio perché si conoscono molto a fondo le cause che li hanno creati (quelle che portano alla tirannide, ad esempio), ci si vuole tenere il più possibile lontani da essi.

[1] La citazione è presa dal saggio introduttivo di A. Dal Lago, La città perduta, al libro di H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, 2006.
[2] Ho ricavato quasi tutte le notizie sull’ipotesi di ricerca che individua in tale filone una fonte diretta per l’opera di Tacito dallo studio di A. Ronconi, Exitus illustrium virorum, in A. Ronconi, Da Lucrezio a Tacito. Letture critiche, Vallecchi, Firenze, 1968. Ma ho appreso informazioni importanti sugli Exitus come fonte di Tacito, a proposito dell’Agricola, da E. Paratore, Tacito, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1962, p. 35-48.
[3] L’elogio di Cicerone come precursore di questa tipologia di opere è stato indicato da Paratore, cit., p.41.
[4] B. Gentili, L. Stupazzini, M. Simonetti, Storia della letteratura latina, Laterza, Roma-Bari, 1987, p. 358.
[5] Plutarco, Vite parallele. Focione. Catone Uticense, BUR, Milano, 2001, 68-70. Per i riferimenti a Socrate nel Critone, l’edizione che ho consultato è Platone, Apologia di Socrate, Critone, Fedone, Il convito, Garzanti, Milano, 1981. La traduzione è di Nino Marziano.
[6] Tutte le argomentazioni che vanno a dimostrare questo assunto si trovano in Paratore, cit., p. 39-42.
[7] E. Paratore, cit., p.40.
[8] Ho letto il testo latino del cap. 2 dell’Agricola nell’edizione della Newton Compton, Roma, 1995, p. 72.
[9] Per gli episodi delle morti di Seneca, Trasea Peto e Petronio seguo il discorso di A. Ronconi, cit., volto a dimostrare che Tacito, in questi casi, attinse direttamente agli Exitus illustrium virorum.
[10] Tacito, Annales, XV, 62 – 64. Anche per gli Annales ho fatto riferimento all’edizione della Newton Compton, Roma, 1995.
[11] Tacito, Annales, XV, 62, cit., p. 306.
[12] Platone, Fedone, cit. p. 178.
[13] Tacito, Annales, XV, 62, cit. p. 306.
[14] Platone, Fedone, cit., p. 175.
[15] Platone, Fedone, cit., p. 179.
[16] Traduco da Tacito, Annales, XV, 62, p. 306.
[17] Traduco da Tacito, Annales, XV, 64, cit.
[18] Tacito, Annales, XV, 64, cit., p. 308.
[19] Traduco da Tacito, Annales, XV, 64, cit.
[20] Platone, Fedone, cit., p. 174 e 178.
[21] Tacito, Annales, XVI, 25, 26, cit.
[22] Tacito, Annales, XVI, 34, cit.
[23] Tacito, Annales, XVI, 35, cit.
[24] Traduco da Tacito, Annales, XVI, 19, cit., p. 332.
[25] Traduco da Tacito, Annales, XIV, 12, cit. p. 210.
[26] Traduco da Tacito, Agricola, 42, cit., p. 116. Sull’atteggiamento di Tacito nei confronti degli stoici cfr anche A. Marchetta, Studi tacitiani, Casa editrice Università La Sapienza, Roma, 2004, p. 15-18.
[27] Mi riferisco al saggio Agricola 3,1 nunc demum redit animus, in A. Marchetta, cit.
[28] A. Marchetta, cit., pp. 16, 17.
[29] Cfr A. Ronconi, cit., p.221, sia per questa puntualizzazione che per tutta la serie di motivazioni all’uso della letteratura degli Exitus.
[30] Sulla analisi della storiografia mimetica tacitiana, cfr anche Marchetta, Il manifesto di Annales, IV, 32-33, in A. Marchetta, cit., p.52-66.

Lascia un commento