Ritorno a Merano

Merano, i Portici

 

 

E vanno ad ammirare le montagne altissime e le onde paurose del mare e il bacino dei grandi fiumi e l’orizzonte dell’oceano sconfinato e il girotondo delle stelle: e trascurano se stessi, gli uomini, e non si meravigliano che io parli di tutte queste cose senza vederle con gli occhi. Eppure non potrei parlarne affatto se non avessi dentro di me spazi così grandiosi da spalancarmi davanti, nella memoria, le montagne e i fiumi e le onde e le stelle che vidi, e l’oceano di cui sentii parlare: come li avessi fuori di me, nel giro dello sguardo. Pure, il mio sguardo non le ha inghiottite quando con i miei occhi le ho vedute, e non sono le cose stesse che ritrovo in me, bensì le loro immagini, e di ciascuna io conosco l’origine e il senso che ne ha prodotto l’impressione.

Agostino, Le confessioni (1)

 

La mamma non era propriamente di Merano, né altoatesina. Era nata infatti in Val di Non, in Trentino, al confine con l’Alto Adige. Ma la famiglia materna, come si evinceva dal cognome che entrambi i suoi nonni portavano, era tedescofona d’origine, e si era spinta intorno al 1700 dall’insediamento di lingua tedesca in Alta Val di Non, verso sud, per fondarvi il Maso ***.
La mamma viveva a Bolzano, quando, nell’autunno del ’43 (aveva dunque otto anni, ed era bella da togliere il fiato), lei e sua madre, al ritorno dal rifugio, avevano trovato sventrato il palazzo e quasi sparito l’appartamento dove vivevano. Vi abitava da quattro anni, in una via che si trovava vicino ad un monumento con una grande scalinata, in una piazza nei pressi del ponte sul fiume Talvera, da dove partivano parecchie strade. Si divertiva a quel tempo a salire in cima a quel monumento, che sembrava un arco di trionfo. Lì prendeva la cartella di scuola e le faceva fare un volo giù, fino alla strada.
Il loro palazzo era in stile tirolese, grigio, con l’intonaco a buccia d’arancia. Era un grande condominio. Sfoggiava quelle tipiche finestre tirolesi ad angolo con all’esterno come una piccola loggia, gli Erker, e aveva anche il tetto spiovente. C’era un enorme cancello che dava ad un cortile dove i condòmini potevano stendere i panni, e che poi finiva in un altro spiazzo, largo e lungo, che prendeva tutta la lunghezza del palazzo. Si aprivano, quindi, due entrate, con le scale, e la mamma e sua madre abitavano nella parte della seconda entrata, che poi fu l’ala che col bombardamento venne distrutta. Stavano, in affitto, al secondo o al terzo piano. Nel grande appartamento c’era un ingresso quadrato, spazioso, che dava a tutte le porte e dove si trovava un tavolo rotondo. Viveva con loro una cugina della mamma, più grande, che l’accudiva, e che poi morì molto giovane. La sorella, invece, era a Volterra, nel collegio per i figli di chi aveva partecipato alla Marcia su Roma.
A scuola la mamma ci andava a piedi, da sola. Ci fece due volte la prima elementare. La seconda e la terza le fece al maso. La maestra, a Bolzano, le dava le botte sulle mani, con l'”indice”, un bastone che partiva dalla cattedra e arrivava fino ai primi banchi. Le mani della piccola alunna, per questo, erano sempre rovinate.
Una notte, sua madre la prese e la portò così com’era, in camicia da notte, al rifugio, perché aveva sentito la sirena. E dal rifugio si udivano i bombardamenti. Poi la sirena ne annunciò la fine. Uscite, per tornare a casa, non poterono più rientrarvi, perché l’edificio era stato sventrato. Ripararono dunque al maso, ma anch’esso, nell’inverno tra il ’44 e il ’45, fu raggiunto da otto bombe, che avrebbero dovuto distruggere il ponte e che invece danneggiarono solo le case. Fu a questo punto che la mamma, all’età di dieci anni, giunse finalmente a Merano, dove visse per quindici anni, per poi trasferirsi a Roma, dove si sarebbe sposata e dove sarebbe nata Clara.

Clara a Merano mancava da diciotto anni e non aveva ricordi netti, ma solo mutati dall’eccesso d’immaginazione. Per capire come funzionasse il proprio ricordo doveva tornare sui luoghi frequentati e studiare tale comprensione in un divertimento o in un impulso impellente. Comunque ne cercava l’occasione, tanto più che, se nel frattempo l’aveva incuriosita qualcosa della Storia, questa diventava protagonista delle sue divagazioni, e Merano, in questo ritorno, si confermò quasi subito, per le sue ricerche, un luogo anche storicamente eletto.
Le case la interessavano ovunque: questa vocazione urbanistica che si era sempre arricchita nell’assenza oltre ogni misura e ne era puntellata ad ogni ritorno in immagini finalmente concrete e quasi sempre, tra l’altro, deludenti, escludeva ogni distrazione. Inquadrò quelle visioni, già previste nelle fotografie che avrebbe scattato, alla ricerca dell’intelligenza di una predilezione: quella, assoluta, per le finestre, a quanto pareva; per gli Erker, soprattutto, che per anni l’avevano mentalmente, in pratica, perseguitata, così sporgenti dalla facciata, su tre lati, mentre ne indovinava, nei sogni ossessivi di intimità, la calda Stube interna e la luce che l’avrebbe inondata; così belli, che quando la mamma gliene aveva parlato, da piccina, lei aveva stentato, per incredulità e stupore, a comprenderne davvero la foggia; la ricerca si muoveva, poi, verso le finestre che si aprivano sui tetti spioventi e che facevano a gara con la passione per i tetti stessi, per le loro artigianali squamosità di uno scuro e deciso marrone; e poi ancora essa si dirigeva alle finestre bianche, alte, di legno, doppie, con le persiane verdi, dalle soglie profonde e i vetri divisi in quadri, esattamente come quella che madre e figlia si ritrovarono ora, nei giorni del loro soggiorno, alla pensione in via *** .
Questa era la stessa via che a Clara sembrò ben presto una della più belle della città, confinante coi vigneti e i frutteti a terrazza, a picco, quasi, sulla strada, dal cui fondo si ergevano le sagome imponenti di montagne altissime e i cui tigli, alti e folti, ma dalle foglie molto più piccole di quelle a casa sua in Toscana, la ombreggiavano in modo per lei sorprendente; come parecchie, quasi tutte – poi avrebbe verificato – le vie di Merano (ma quelle ricche anche di olmi), perché trovava ne fosse mantenuta una luce chiara in una percezione di ombra crepuscolare, che le rendeva, in certi incroci sgombri di traffico, pavimentati anche sui marciapiedi dalle pietre simili a quelle che a Roma chiamano sampietrini e là dove più che in altri luoghi si vagheggiavano giardini scuri e immensi (senza peraltro chiedersi se esistessero davvero) e a ridosso di delicatissime curve, che le rendeva, insomma, impietosamente mitteleuropee. Ma ancora di più questa via, dalle case di varie forme, moderne e antiche, tirolesi e anonime, in una delle quali, comprata dal nonno materno dopo che aveva lasciato ai figli i campi del maso e lo aveva venduto, la mamma aveva abitato – anche con lì vicino un orco – sia da bambina che da ragazza.
A pochi passi da quella casa, in verità tra le più grigie e prive di stile, esibiva la sua bella sagoma la antica pensione di questo loro ultimo soggiorno, che conservava lo stesso nome di quando la mamma era lì bambina, e che quindi lei conosceva da sempre, senza esserci, peraltro, mai entrata; un edificio interamente bianco, ricavato da un vecchio casolare trecentesco, dallo stupendo giardino ricco di piante da frutto e vigneti e cipressi, e che possedeva inoltre una loggia vetrata dove era servita ogni giorno la colazione tirolese.
Sopra la casa, da piccina, la mamma prendeva una salita che si allungava fino alla Tappeiner e che portava in un boschetto, in mezzo al quale si ergeva un grande albergo, chiaro e bello. In quel boschetto lei e gli altri bambini giocavano a guardie e ladri. Bisognava cercare un tesoro e una volta trovato si rincorrevano i ladri per arrestarli, e lei correva sempre come una matta. C’era anche un ragazzo il cui zio sarebbe stato da lei ritrovato, qualche anno dopo, in una clinica a Roma, dove era stata ricoverata  per la tubercolosi. Vicino alla casa comprata da suo nonno c’erano anche i soldati americani coi quali in città, dopo la liberazione, si fraternizzò, e lei, come gli altri bambini, riceveva i doni, la cioccolata, le sigarette per sua madre, le scatolette di generi alimentari, la frutta e la carne. La mamma li faceva disperare perché girava la manovella della sirena del raduno, creando un frastuono assordante. Ma loro non si arrabbiavano mai.

I Portici Clara li ricordava meglio di tutto, se per “meglio” si intende sempre qualcosa di abbastanza mitizzato da troppa presenza di letture e da troppo poco d’altro, a partire soprattutto da quei ventisette anni che, con ogni evidenza di ora, erano stati ancora così tanto immaturi nel cogliere aspetti esterni a sé; e lei adesso ne vedeva la disperata offerta di rimasugli di Nord, Impero austriaco, Tirolo, molte romanticherie e, immancabili, le case borghesi colorate, ad ogni inquadratura di foto. Clara riprese in questi giorni di vacanza a Merano la vecchia guida della città, quella che la mamma aveva conservato dal lontano ’76. Un viaggio fatto da Clara bambina, quando aveva sette anni – uno dei molti – col babbo e la mamma? Forse, piuttosto, loro due da soli…
Ad ogni modo la guida ne offriva così tante di immagini illuminate da un sole di maggio visto solo lì, in quelle… Una sicura idea di giallo che schiariva le pietre grigio chiaro dei muri e ovattava anche quello scuro dei tetti, e faceva vibrare foglie su foglie, dorando i fiori bianchi mentre accennava uno splendore, in partenza ossessionato, in quelli rosa, e faceva mescolare un celeste del cielo da foto sbiadita con altezze svettanti di monti, ma di tanto addolcite anch’esse nel colore, ed incredibilmente, in questo modo, paterne. Il tutto, forse, perché si trattava di foto di quasi quarant’anni prima.
E come era diversa, ora, la vera Merano, e non solo per il cielo grigio di questi giorni… Eppure come era anche uguale, nella ricerca forsennata delle cose, nell’arrivo di Clara al duomo, per esempio, a passo lestissimo, dalla via turistica dei Portici, i cui turisti, se italiani, almeno, erano gli unici al mondo, in quel posto, la cui presenza le dava conforto… E più in là del duomo ci andò da sola, perché la mamma era stanca, e Clara vide cose sul serio mai viste, perché semplicemente nessuno ce l’aveva mai portata: il quartiere vecchio, detto di Steinach e la via Passiria, la più suggestiva di tutte, con certi archi tra una casa e l’altra molto praghesi, e finalmente almeno un atelier di pittore.
E chissà – pensava lei – ci doveva pur essere traccia di qualcosa di ebraico, dato che la mappa della città aveva indicato la sinagoga proprio dietro al duomo, e visto che del cimitero l’aveva così colpita, diciotto anni prima, proprio la parte ebraica (il primo mai visitato ed il solo, oltre a quello di Praga), ed era stato l’unico ricordo nitido, come la mattina dopo avrebbe tra l’altro verificato,  e che le faceva ora domandare della presenza di ebrei in questa città, di cui quasi mai nulla finora si era invece chiesta. Ma non scoprì niente, salvo poi leggere da qualche parte, sul treno per il ritorno a Roma, che la sinagoga, di rito ashkenazita, sì, esisteva, ma si trovava altrove, e inoltre che la presenza degli ebrei a Merano non era stata affatto trascurabile.
La tappa al cimitero era d’obbligo, tanto per la mamma che andava  a visitare la tomba di sua sorella, quanto per Clara che amava più di tutto le domande e le risposte di un passato visibile, ed era per questo motivo che a quel passato non aveva del tutto chiuso gli occhi, a ventisette anni, o non le erano stati lasciati aperti, semmai, soltanto da quella disposizione all’immaginare così incisiva e direttamente proporzionale alla invadente distrazione di quei tempi, che aveva accompagnato sempre, appunto, un ricordo. In questo caso, no, il cimitero era tale e quale lo rammentava, nell’unica apparizione resa dal reale alle sue visioni interiori, e per questo qui la Storia doveva essere presa per mano o venire invocata per assistere tale, ormai evidente, chiarezza.
A dire il vero, Clara non aveva visto tutto, allora, in quel cimitero, per la fretta dei parenti, probabilmente, o semplicemente per noncuranza, ed infatti la scoperta di quello ebraico era stata a quel tempo del tutto casuale. Ora, invece, la donna spinse la mamma quasi con furia, ad accompagnarla un po’ più a destra, innanzitutto, verso la zona dove si intravedevano file regolari di croci bianche, intuendo di cosa si trattasse. Ne lesse alcuni nomi, tutti italiani, e le date di morte. Risalivano agli anni tra il ’43 e il ’45: tra le altre, quella di un capitano caduto a Cefalonia nel settembre del ’43. E piantate sul prato lì accanto, piene di sole, affioranti dal buio degli alberi, le croci grigie coi nomi austroungarici (molti slavi); e ancora oltre, da un grande prato, proprio confinante col cimitero ebraico, emergevano, rade e rassegnate – calme – lapidi a coppie e, ogni tanto, un trio di croci; su di esse i nomi tedeschi, la data di morte, il ’44; una mostrava il nome di un caporale (Stabsgefreiter) morto a ventisei anni, accanto a quello di un soldato (Soldat), morto a quarantadue. Di fronte al campo, un solenne monumento commemorativo, affiancato dalla bandiera tedesca, raffigurava un uomo con una spada puntata in basso e alle spalle una croce. Ad imporre il necessario silenzio, nessuna iscrizione. Lungo le mura esterne del corpo dell’edificio cimiteriale, stavano elencati, invece, i nomi italiani delle sette vittime del bombardamento alleato del 4 aprile del ’45 sulla fabbrica meranese Montecatini, e quelli, sempre italiani, dei nove caduti sotto i colpi di arma da fuoco sparati il 30 aprile del ’45 durante un corteo per la fine della guerra e per la liberazione.
Di quei campi di lapidi Clara avrebbe letto ogni notizia sulla carta dei servizi cimiteriali: cimitero militare italiano, sepolte duecentoottantuno salme di caduti della Seconda guerra; cimitero militare austroungarico (fondato nel 1915), millecinquecentoventotto caduti della Prima e millecinquantotto della Seconda guerra, tra cui ottanta sudtirolesi; cimitero militare germanico (realizzato alla fine degli anni ’50), deposti millecinquantotto soldati tedeschi della Seconda guerra, tra cui sessanta ignoti e seicentosedici deceduti a seguito della prigionia successiva alla guerra.
Intanto, Clara si limitò a raccogliere le idee con una certa fatica su ciò che ricordava dalle sue letture  riguardo al destino dei sudtirolesi durante il Secondo conflitto mondiale: sulla occupazione, cioè, della cosiddetta “Zona delle operazioni delle Prealpi” (Operationszone Alpenvolrland) e sulla successiva formazione del reparto di polizia militare, composta da  Optanten e da Dableiber (così almeno le risultava), cioè da altoatesini tedescofoni che avevano optato nel ’39 per la cittadinanza tedesca e si erano trasferiti in Germania (e furono la grande maggioranza) e da “coloro che erano rimasti qui”, quelli che al contrario, insomma, avevano scelto di restare; e tale doppia nazionalità si doveva al fatto che  – fatte salve le differenti opinioni sull’intricata questione dell’origine dei componenti di quel corpo – all’inizio del ’44 era stato stabilito l’arruolamento coatto di tutti i residenti maschi della regione, nati dal 1894 al 1926, italiani e tedeschi, in tutti i gruppi militari del Reich, tra cui, appunto, anche questo. Tra i coscritti vi era stato lo zio di Clara, marito della sorella della mamma, all’epoca diciottenne meranese, e ormai sepolto accanto alla tomba di sua zia.
Quel corpo militare era il Polizeiregiment “Bozen”,  il cui terzo battaglione sarebbe stato spedito nel febbraio del ’44 nella Roma occupata e avrebbe perso, il 23 marzo, trentatré dei suoi uomini a via Rasella, per cui fu consumata, il giorno successivo e per mano delle S.S. di Kappler, la rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

L’ultima passeggiata prima della ripartenza fu alla Gilf Promenade, che dal Ponte Romano risale per un breve tratto il corso del Passirio. Clara si fermò a leggere le frasi dei poeti italiani sulle panchine.
Da piccina l’avevano riempita di vita, queste passeggiate che fiancheggiavano un Passirio entusiasmante, come quando l’ammirazione infantile e furiosa per tutta la natura è fatta propria, in quella introiezione che al bambino fa diventare ciò che ama più di tutto, parte di sé. Ed è per questo che le passeggiate erano sempre state ciò che definivano meglio la Merano dell’età delle corse e dei giochi, e Clara avrebbe cercato per tutti i quarant’anni successivi, vanamente, il riverbero triste di quegli spettacoli, quando la natura e le case erano ancora così magiche da farla trasalire, mentre dalla passeggiata che usciva dalla città, la Tappeiner, sempre nominata dalla nonna, in un risuono ormai familiare, se ne scorgevano, dall’alto, i dintorni e la conca; un ricordo ancora più inappagato, senza un figlioletto suo col quale viaggiare, che le ripetesse i riti necessari della vera gioia infantile.
La mamma aveva camminato tantissimo, era dolente: si fece la strada più corta per il ritorno alla pensione, in crepuscolo lungo. E fu sorprendente che solo allora Clara si accorgesse, più in periferia, ormai quasi all’albergo, di uno stesso quadrato di quelli visti tante volte a Roma e di cui conosceva bene origini e scopo, ma a cui mai, qui, in questi giorni, aveva pensato; e poi, il mattino successivo, ancora di cinque tutti insieme, nuovamente sulla strada per la pensione, fatta quei giorni mille volte, e poi ancora di un altro, durante un ultimo salto ai Portici.
La scoperta tardiva di quella prima “pietra d’inciampo” non fu demerito della distrazione dei ventisette anni, perché allora non l’avrebbe comunque trovata, ma, al contrario, fu merito di un’attenzione di adesso troppo affannata, e per questo quasi inconscia, perché sia lei che la mamma non posassero lo sguardo su una parte del marciapiede che non stavano calpestando, davanti ad una casa moderna senza alcuna attrattiva. Qualcosa di simile sarebbe accaduto anche per le altre sei. A Clara sarebbe rimasta la foto solo di quella, perché il giorno dopo finì i rullini e si limitò, quindi, a copiare sul suo taccuino le iscrizioni delle altre, nella doppia versione, italiana e tedesca, tranne che di una, quella ai Portici, per via della fretta della ripartenza, e di cui, forse, omise anche qualcos’altro.
Vi aveva trovato questo, per la memoria e per il piegarsi della schiena:

Hier wohnte/qui abitava – Regina Gentili – jg./nata 1884 –
dep. 16.9.1943 –  Reichenau –
Ermordet/uccisa –  Datum unbekannt/in data ignota.

Hier wohnte/qui abitava – Maurizio Gotz  – jg./nato 1867 –
dep. 16.9.1943 – Reichenau –
Ermordet/ucciso – Auschwitz –  7.3.1944.

Hier wohnte/qui abitava  – Emma Saphir Gotz – jg/nata 1870 –
dep. 16.9.1943 – Reichenau –
Ermordet/uccisa – 2.2.1944.

Hier wohnte/qui abitava –  Guglielmo  Breuer – jg/nato 1871 –
dep. 16.9.1943 – Reichenau –
Ermordet/ucciso – Auschwitz –  7.3.1944.

Hier wohnte/qui abitava – Leopold Gotz – jg/nato 1919 –
dep. 24.9.1944 – Lager Bozen/Bolzano –
Ermordet/ucciso –  Datum unbekannt/in data ignota.

Hier wohnte/qui abitava – Caterina Robitschek Breuer –  jg/ nata 1875 –
dep. 16.9.1943 – Reichenau –
Ermordet/uccisa – Auschwitz – 7.3.1944.

Qui abitava –  Andreas Wilhelm -jg/ nato…
arrestato – 9.10.1944
Ucciso – Dachau – 10.3.1945.

 

Nota:
A Merano sono presenti trentatré “pietre d’inciampo”.
In questa città è avvenuta la prima deportazione di ebrei in Italia, dopo l’8 settembre del ’43. L’ordine della retata ai danni di tutti gli ebrei che ancora risiedevano a Merano fu dato il 12 settembre e fu messo in atto i giorni immediatamente successivi. Si trattava di ventotto persone, tra cui una bambina di sei anni, Elena De Salvo. Fu decisa anche la deportazione per motivi politici di cinque cittadini meranesi, tra cui Andreas Wilhelm. Gli ebrei di Merano furono deportati quasi tutti a Reichenau, dove alcuni di loro morirono. Dopo vari mesi i ventuno superstiti di Reichenau vennero portati ad Auschwitz, dove furono uccisi tutti, lo stesso giorno del loro arrivo, nelle camere a gas. Tra questi ultimi vi furono la bambina Elena De Salvo e sua madre. (2)

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(1) Agostino, Le confessioni, X, 8, 15, Garzanti, 1999 (traduzione di Roberta De Monticelli).

(2) Ho desunto tali notizie dal sito MeranoHistory.com.

 

[luglio 2014. Inedito.]

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