Il raccolto della memoria

                                                    Mario Mafai, Tetti di Roma

 

Concedimi che ci sia nelle nostre anime un materiale di cera di tipo plasmabile, in un caso più grande in un altro più piccolo, in un caso di cera più pura in un altro più impura, e in certi casi più dura in altri più umida e in altri ancora della giusta consistenza. […]
Dobbiamo perciò dire che questo materiale è un dono di Mnemosyne, la madre delle Muse, e che in esso, esponendolo alle percezioni sensibili e ai pensieri, viene impresso ciò che vogliamo ricordare delle cose  che abbiamo visto o sentito o noi stessi pensato, come se vi si imprimessero segni di sigilli. E poi ciò che viene plasmato lo ricordiamo e lo conosciamo finché rimane la sua immagine; invece ciò che viene cancellato o non può venire plasmato, lo dimentichiamo e non lo conosciamo.

Platone, Teeteto (191c8 -e1)  

 

Così a quello che letto io aveva mi tenni contento, e  tacendo mi feci a considerare la stoltezza dei mortali, che la parte più nobile della natura disprezzando, si perdono in mille e vane speculazioni, e quel che dentro se stessi trovar potrebbero van cercando al di fuori.    

Petrarca, Epistole, IV, 1

                                                                          

 

La borsa era troppo piccola per il Tuttocittà e la macchina fotografica. Cecilia la raccolse controvoglia e per un attimo desiderò non uscire.
Ma il richiamo del suo sabato consueto fu forte. Non disse di no alla passione senza nome, nata nella notte dei tempi.
Usciva sola. Andava a prendere l’autobus; dopo, forse, la metro. Poi avrebbe camminato per qualche ora per qualche strada di Roma.
Da poche settimane arrivava invece alla stazione S. Pietro e da lì prendeva l’autobus che faceva capolinea a Termini, perché una volta, mentre era su quel mezzo, era sboccata a piazza Venezia e il sole era al tramonto. Era accaduto alla fine del mese di ottobre e saranno state le cinque: gli edifici più alti dei Mercati Traianei splendevano d’oro contro un cielo dello stesso blu del fiordaliso.
E così Cecilia aveva ricordato ciò che spiegò ai suoi alunni tredicenni, una delle ultime volte che lesse in classe A Silvia. Aveva chiesto: – Perché dorate? – sperando che qualcuno di loro immaginasse le vie illuminate dai raggi del tramonto.

L’amica che – sola – poteva competere con la città, da poco le aveva mandato il suo solito messaggio. Anche questo sabato non si sarebbero viste. Cecilia si affrettò. Decise per la stazione S. Pietro ed il 64, e quindi per il rione Monti, preso alla larga.
La stazione Gemelli, da cui si sale al treno per S. Pietro, è sotterranea. Nel fondo, ma solo da un lato, perché dall’altro c’è la galleria, si potevano scorgere il cielo e una rigogliosa vegetazione, tant’è che si sarebbe detto che non fosse quella – come invece era – la direzione verso la parte più urbanizzata, verso il pieno della città.
Sul treno che si era avviato, Cecilia, come sempre, immaginò di poter ammirare per la prima volta gli alberi e le macchie cespugliose della Valle dell’Inferno. L’effetto era quasi maestoso.
Aspettava, di contro, di lì a poco, la stretta al cuore che ogni volta giungeva. La triste visione dei palazzoni di viale di Valle Aurelia, a rovinare l’incanto di un quasi leggendario scenario sulle pendici di Monte Mario.
Ma andare in giro per Roma era sempre così: l’aiutava il transfert che la muoveva alla febbrile attività, mentre lei socchiudeva un poco gli occhi, e girava lievemente la testa davanti agli spettacoli più amari.
Era ovvio che lo sguardo alla bellezza fosse disperato. E’ il raccolto della memoria.

A quasi nove anni Cecilia aveva fatto la Prima comunione. Era stato un primo maggio. Il regalo dei suoi genitori consistette in un giro per i monumenti più antichi della città, un dono non sapeva più quanto inaspettato né desiderato, anche se a casa era famoso il suo interesse per le rovine romane. Ma adesso ricordò l’euforia. Lo stupore. Ricordò lo sfogliare continuo della guida di Roma, che al termine di quella giornata i genitori le avevano comprato. L’accarezzare la copertina con quel breve nome a grandi lettere. Il gusto dello sguardo sulle immagini che rappresentavano gli stessi luoghi che aveva appena visitato.
La grandiosità, il tempo passato… Adesso come allora non sapeva che cosa l’afferrasse, se la bellezza o la Storia. E se era la Storia, che cosa in essa di preciso, il fatto che i monumenti, le tracce, conservassero memoria, o un altro mistero della psiche, ancora più profondo, e inconcepibile, di cui non avrebbe mai saputo nulla.
Cecilia scese a S. Pietro e si pentì della scelta presa, all’idea di dover aspettare il mezzo. In più temeva che non avrebbe trovato posto.
Sentì ancora l’anomalia della sua situazione. Il suo desiderio e i suoi timori non uguali a quelli degli altri. Smodatamente felice per cose strane ed invisibili, disperata anche per soli picchi lievi dell’esistenza normale. Cosa potesse c’entrare questo con la violenza subìta, lo sentiva solo vagamente: troppi doni perduti della vita futura, per riuscire a capire se ogni cosa si fosse mossa ai suoi sette anni.
L’autobus arrivò, come temuto, in ritardo, e la luce più bella stava svanendo. Cecilia non avrebbe avuto voglia di scendere direttamente a piazza Venezia – oppure a via Quattro novembre o ancora più su, una volta che già si fosse imboccata la pretenziosa, ma solamente rumorosa via Nazionale – e risparmiare in questo modo minuti preziosi. A quel punto l’autobus era sempre affollatissimo, ed alzarsi dal suo posto per farsi largo tra la ressa, sarebbe stato per lei più che fastidioso. Piuttosto avrebbe scelto il capolinea, alla stazione Termini, perdendo tempo, ma concedendosi maggiore agio. Avrebbe cercato di raggiungere il percorso più breve per via dei Serpenti o via Urbana, forse prendendo la pesante di massicci palazzi ottocenteschi via Cavour, mentre si sarebbe affidata al Tuttocittà che la salvava dai rischi del suo scarsissimo senso dell’orientamento.
Ma quell’inevitabile ritardo la indispettì molto. Si chiese a cosa sarebbe servita la macchina fotografica, se non ad aumentare il peso della sua borsa. Si rimproverò il fatto che spesso andava così: il sabato si svegliava tardissimo e finiva per uscire in orari inadatti. Eppure si sarebbe accontentata, se avesse potuto, di poter ancora inquadrare al volo qualche vecchia casa o un edificio che l’avrebbe colpita perché più moderno tra gli altri (eretto ad esempio negli anni della febbre edilizia di fine ‘800, quando Roma capitale fu privata della sua stupenda corona di ville) o i rami degli alberi senza foglie, davanti a una facciata bianca, o una minuscola cupola, emersa tra tegole rosse. Ad ogni modo, avrebbe sopito l’irritazione, distratta dalle strade.

Aveva trovato posto vicino al finestrino e cominciò a godersi l’agognato spettacolo dei monumenti, delle case e dei palazzi.
Accadde proprio all’imbocco della splendida via Giulia, appena attraversato il ponte e una volta immessi in corso Vittorio (là dove l’avvilimento si faceva sempre feroce e i risultati dello sventramento del quartiere le ricordavano la nausea del rimpianto) che dovette piangere.
Si ritrovò dopo pochi minuti per strada, non nel punto stabilito, ma appena all’altezza del Palazzo della Cancelleria. Ma non si perse d’animo: Roma le offriva da lì un diverso itinerario che valeva il primo, per il misto di splendido ed umile, per il sanguigno e dimesso delle case del popolo e il pomposo e l’eleganza del privilegio. Non ultima, e che tutto ciò riassumeva, la nota sedimentazione del solito passato.
Cecilia sapeva di tale seconda chance, perché a dispetto dell’impossibile tentativo di tenere un filo mentale anche sfumato di un reticolo di vie, intuiva con assoluta certezza vicino a quale monumento – a quale traccia da ricordare – se ne trovava un altro.
Girò a destra per la statua di Giordano Bruno. Le sovvennero le ultime scene del film.
Un pomeriggio era ad Anzio, nell’umida stanza dove abitava. Erano le due e l’unico canale che il suo televisore trasmetteva offriva sempre la visione, a quell’ora, di un vecchio film. Aveva acceso in ritardo, ma Cecilia capì ben presto di cosa si trattava. Finì col piangere e ne riferì in un messaggio alla sua amica lontana. E lei rispose che proprio quel Giordano Bruno, col viso di Gian Maria Volonté, era stato proposto da lei stessa, qualche tempo prima, ai suoi alunni di seconda media.
Ora Cecilia ricordava che non tanto la notizia di quell’azzardo aveva suscitato meraviglia – perché lei sapeva che la sua dolce, unica amica, che non vedeva quasi mai, poteva essere originale in quel modo coraggioso – quanto il fatto che quei ragazzini, come lei, avevano pianto.
Ora osservò la statua cupa in mezzo alla piazza, curva del peso triste della sua grandezza, senza guardare quel volto, che invece stava tenendo ben fermo alla mente, raffigurato però in primo piano nelle ultime scene del film. E il misto di immagini di adesso e di allora si fondeva come la voce terribile del filosofo con le note struggenti della musica, che stavano accompagnando la sua morte.
Fu la stessa fusione che le lacrime sue e dei piccoli studenti aveva generato, in fulgente corrispondenza.
Tanta commozione può dare ciò che noi in modo così approssimativo chiamiamo bellezza. Direi che la commozione stessa è la bellezza, ecco perché diciamo che è “bello” un film che ci mostra un atroce ed inutile sacrificio o piangiamo quando ci piace tanto qualcosa.
Dell’essere toccata così (chiamare “bello” un fatto brutto e piangere per un fatto bello) Cecilia avvertiva la soverchiante potenza.

Stava girando, ormai – ancora scossa dal tremore di prima, mentre scendeva dal mezzo – diretta a via dei Coronari e all’amata piazza di San Salvatore in Lauro (quel biancore, non possedeva l’immagine di cosa, ed il verde di piante solitarie, le sarebbero balenati per sempre alla mente) con l’anima allargata.
Aveva pianto di quel tipo di pianto del film, sull’autobus.
Non importa che lì si fosse così tanto vergognata, soprattutto di fronte alla stessa persona che quelle lacrime aveva scatenato, e che a quel punto – come gli altri lì intorno – l’aveva guardata, e forse aveva intuito.
Anzi, di certo sapeva. Per questo Cecilia si era alzata brusca, si era avviata alle vicine porte di uscita e così repentinamente era fuggita via, spingendosi tra la calca, non appena l’autobus era giunto alla fermata.
Ormai il sole era tramontato, non c’era che da affrettarsi verso corso Rinascimento e poi a piazza di Spagna, per prendere la metro. Le distanze erano alquanto lunghe e lei lo sapeva bene, ma i suoi sabati erano tutti così, camminate di ore nei luoghi della memoria.
Era buio da un pezzo, quando rincasò.
Ogni cosa era rientrata nel suo rifugio caldo, non solo Cecilia. La sera sarebbe stata solitaria e beata, come spesso i sabati a casa di sua madre, dopo ore emozionanti come quelle.

Le giornate se ne vanno, e giunge la sera. Passa la vita e resta la memoria. Se ai lati di questo flusso ininterrotto non si affolla una quantità di gente, se trascorre una vita così povera di gesti, dei fatti del corpo, se non quelli essenziali, come il camminare per le vie di una città o girare il volto, si direbbe che accada ben poco, quando all’improvviso si scorgono certe fuggevoli visioni, che poi per sempre si imprimono dentro, come quello stesso giorno quella del ben noto numero, tatuato al braccio dell’anziano signore, al quale, sull’autobus, lei, poco prima di voltare lo sguardo alla triste scoperta, aveva offerto il suo posto, e lui, col sorriso più riconoscente del mondo, aveva accennato un diniego e si era accostato al sedile con familiare semplicità.

 

[25 aprile 2012. Inedito]

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