Quale terra

Tino Petrelli, Strada con donne al trasporto di cose [foto di Africo vecchio]

 

“Quale terra”, scrivo nel titolo, senza il punto di domanda che non oso mettere perché non so se si tratti di domanda. Io ho a che fare in qualche modo con la Locride, non solo perché ci nacque, non completamente calabrese, mio padre, non solo perché il mio cognome si unisce inequivocabilmente ad essa…
Ma quale terra conosco, a quale terra si unisce il mio cognome? Non conosco razionalmente questa terra, la conosco miticamente. E’ per me oltremodo misteriosa. Ma so che mi ha insegnato la pietas e il tristissimo silenzio di una bellezza asciutta, splendente.

Riporto molto volentieri un articolo davvero interessante di Antonella Tarpino – Africo di Corrado Stajano – apparso sulla rivista “Doppiozero” il 31 ottobre 2015. Il libro di cui parla l’autrice non l’ho ancora letto, ma lo farò senz’altro, non solo per il mio interesse per l’argomento ma anche per la stima nei confronti dell’autore di Un eroe borghese.

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Africo di Corrado Stajano è un libro paradigma: senza Africo non ci sarebbe stato Gomorra ha detto Roberto Saviano. Perché? Provo anch’io a dare una risposta. Certo perché ha inaugurato un certo tipo di letteratura di denuncia mafiosa. Non solo. Direi piuttosto perché ha inventato quello che Italo Calvino nelle sue quarte di copertina avrebbe potuto definire un Libro-paese (qui, a proposito, nella riedizione per il Saggiatore è riportata quella che nella edizione einaudiana del 1979 è firmata da Giulio Bollati).

Un libro-mondo che a un paese emblematico del Sud più misero – abbandonato nel 1951 in seguito a una violenta alluvione e poi ricostruito in un’area anonima del territorio di Bianco sulla costa calabra col nome di Africo Nuovo – Stajano ha ridato una forma, un volume storico, volti e parole. Tutti aperti al dubbio. Ambivalenti. Così che Africo, questa la forza dirompente del libro ancora a tanti anni di distanza, assurge, si può dire, a emblematico equivoco italiano. Un paese-mondo fuori dal mondo si può dire (“out of Joint”, fuori dai cardini, è l’espressione che Zanotti Bianco, il grande meridionalista, oltre che archeologo, trae da Amleto per definire Africo in cui risiedette alla fine degli anni Venti e a cui dedicò uno scritto appassionato Tra la perduta gente). “Ricorderò sempre – confessa lui stesso – la sensazione paurosa più che la morte di quelle vite perdute”.

Più paurosa che la morte (Zanotti Bianco) la sensazione che trasmette Africo, “ben triste tormento l’abitarvi” (le parole del viaggiatore Edward Lee sempre riportate da Stajano). Che cosa c’è di più pauroso della morte? La precarietà totale della vita. A partire dallo stesso paesaggio in cui gli Africoti sono immersi: strade impervie, a rischio come indicano gli stessi toponimi locali: Pedimpisu (piede appeso), località Territorio, 600 ettari di terreno, concesso in enfiteusi alla comunità di Africo fin dal 1830 dal barone Franco Amato, è paurosamente scoscesa, era difficile seminare il grano, la segala, la cicerchia, né agevole portare le capre al pascolo. Non meno terrificante la trave, sospesa sul torrente Aposcifo (in greco letteralmente significa non protetto) che i contadini quotidianamente attraversavano, trascinandosi cavalcioni a forza di braccia, per recarsi al lavoro sul Territorio. Alcuni si sfracellavano sui massi del torrente. Un universo esistenziale, quello di Africo, sempre affacciato sull’orlo del baratro, precario e vertiginoso: “non protetto” appunto come recita il nome stesso del torrente Aposcifo. Come ci si percepisse sempre sospesi, esposti.

Eccessi che non si dicono quasi in parole – evoca Africo – e insieme sottrazioni sovraumane, subumane. E fuori dai margini, ai margini dei margini, separato, lontano da ogni asse stradale, lo è davvero Africo, con la sua fama di paese maledetto dalla miseria e di antica patria del drittismo e della ‘ndrangheta (specializzata in rapimenti e custodia degli ostaggi nelle vallate impervie dell’Aspromonte). Eccessi e sottrazioni, l’Africo di Corrado Stajano, a tal punto che i paesi diventano due: Africo vecchio, cuore antico, ormai spento, abbandonato, è alle pendici dell’Aspromonte e il suo “doppio” (per citare l’antropologo Vito Teti che ha studiato i paesi abbandonati della Calabria) sulla costa, in località Bianco, a poca distanza da Brancaleone dove scontò il confino Cesare Pavese.

“Un fantasma lunare – così definisce Corrado Stajano Africo nuovo – senza passato e senza futuro”. Un agglomerato di case anonime, senza identità costruito sulla costa, a pochi chilometri dai luoghi in cui ebbe inizio l’avventura dei greci antichi, per pastori montani che mai misero una barca in mare. Un paese mondo allora – Africo – di un certo mondo: quello per linee interne e oblique che costruisce antiche complicità feudali (sotto il segno dell’ndrangheta) di corruzione e violenza trasportate dalle pendici dell’Aspromonte e, esasperate si può dire, dentro il nuovo paese che sarà costruito alla marina.

È in questa metamorfosi che il paese/mondo di Africo si trasmuta: un percorso accidentato, che durerà anni, sconterà divisioni continue, battaglie, interessi mafiosi e collusioni politiche – in cui un ruolo di primo piano giocherà l’eroe negativo del libro di Stajano il prete padrone Don Stilo. Nel corso di questo processo gli antichi abitanti si trasformeranno in profughi, costretti come i nuovi migranti (anche in questo il libro è straordinariamente “contemporaneo”) fra i “centri di raccolta (sic) di Bova superiore, Bova marina e il Rione Trabocchetto (il nome si può dire è già tutto un programma) di Reggio Calabria”. Proprio nella fase travagliata in cui i paesi della costa si trasformano da comunità contadine in aree del terziario clientelare, emerge la figura di Don Stilo e i vicini – l’associazione con i migranti di oggi si fa stringente – diffidano di loro: li considerano dei privilegiati perché possono vivere di provvidenze governative e ironizzano sulla loro volontà di lavorare.

Nel paese nuovo quella precarietà esistenziale compenetrata all’esperienza estrema di paesi come Africo (o di cui Africo è l’emblema) si ripresenta per così dire – questa direi la contemporaneità folgorante del libro registrabile oggi – nelle forme del “moderno”. Come? È nella transizione alla nuova Africo che si alimenta il super potere dell’Impero-simbolo (questa l’espressione che usa Stajano) di Don Stilo. Così che le stesse figure della intermediazione fra politica e criminalità coincidono con la modernizzazione di Africo trapiantato sulla costa: sulla costruzione del nuovo paese si accenderanno gli appetiti mafiosi dell’ndrangheta come si sa versata nell’attività di appalti, edilizia pubblica, commesse di lavoro, fa notare l’autore. Una precarietà esistenzial-logistica nuova per così dire, alimentata dal miraggio della costruzione di una strada moderna (mai realizzata) lungo il corso del fiume La Verde che avrebbe unito Africo nuovo sulla marina al vecchio paese aspromontano. Una precarietà di segno tutto moderno con i giovani e le giovani che, a differenza dei genitori e nonni, studiano ad Africo Nuovo negli Istituti scolastici fondati e governati da Don Stilo: il famoso diplomificio pilotato dai favori e coi favori di numerosi personaggi inquinati della politica e del malaffare calabrese e siciliana. Studiano i giovani di Africo (e quelli accorsi da fuori per garantirsi un attestato) ma non trovano lavoro. Finendo, come tanti altri, a ingrossare le file delle comunità clientelari del meridione meno virtuoso.

Anch’io ho studiato Africo, l’Africo vecchio a dire il vero, quello abbandonato. Ci sono andata nel 2011: volevo tornare, sulle orme dell’Africo di Corrado Stajano, per interrogare la sua memoria: in avanti e indietro. Volevo ripartire lì da dove finisce il libro: per capire che ne è degli Africoti nella loro stessa autorappresentazione. A modo mio. Lavorando sui processi di lunga durata, sulla antitesi e forse sui linguaggi ancora attuali delle rovine (Africo vecchio) in rapporto al nuovo già desueto delle macerie (il paese nuovo sulla costa). Che ne è di quei nomi (spesso cognomi) il ribelle Rocco Palamara, il prete-padrone Giovanni Stilo, l’uomo di pace Santoro Maviglia, il prete buono, Don Natale Bianchi che lotta col Vangelo contro la mafia?

Maviglia. A dire il vero, più che Santoro Maviglia, la sua storia romanzata – l’episodio della mancata distribuzione della farina di cui fu protagonista e testimone nel libro di Stajano – la reincontro in un romanzo dello scrittore calabrese Saverio Strati: La teda dal nome della teda o deda, l’arcaica torcia di pino e resine, pare risalente ai greci, con cui gli antichi abitanti di Africo e Casalnuovo illuminavano le loro oscure stradine. L’arrivo della farina ad Africo vecchio è il sogno proibito, l’oggetto di fantasie sfrenate in nome della quale la gente di Terrarossa (questo il nome di fantasia del paese) minaccia rivolte d’ogni sorta perché racconta Strati – che ad Africo lavorò come muratore – la farina distribuita dal governo non arriva mai, sempre imboscata da qualche speculatore. Del resto – commenta ne La Teda la gnura Assunta “la pelle qui a Terrarossa non l’han mai guardata i carabinieri”– : è piuttosto la mafia che, sulla pelle degli antichi pastori, ha governato la miseria ad Africo sappiamo da Stajano – in un seguito ininterrotto di alleanze troncate, amicizie rotte, amministrazioni sciolte fino a contare nel solo giro di 23 anni di amministrazione 17 commissari prefettizi.

Gagliardi. Tra le rovine di Africo vecchio nel giorno canonico del pellegrinaggio di San Leo incontro, con gli amici antropologi dell’Università della Calabria, un’antica abitante di Africo, Cristina. Aveva dieci anni nel 1951 quando fu costretta ad abbandonare Africo, trasferirsi provvisoriamente a Reggio e poi definitivamente a Bianco, sulla costa. Ricorda i giorni asserragliata in chiesa mentre la terra franava e molte case crollavano, c’era (ricorda anche lei come alcuni testimoni di Stajano) una strana luce rossastra durante l’alluvione. È diventata in seguito maestra: mi indica in fondo la sagoma scarna della vecchia scuola. Una traccia sinistra della storia di Africo e delle minaccia alla sua famiglia la si può cogliere anche nella sua storia. Tanto forte è stato il rimpianto che ha provato a ritornare a vivere, per qualche tempo, ad Africo vecchio. Si era ritrasferita nella vecchia casa ma la sua presenza evidentemente non era gradita: qualcuno per scoraggiarla gliel’ha bruciata. Di nuovo una separazione, una fine. Adesso le è difficile ritrovarla, tra le pietre franate, la sua vecchia abitazione. Gli altri, quelli di Africo vecchio, si sono abituati, molti hanno preferito abbandonare il paese vecchio contando di sfuggire alla miseria. Contando anche (guarda caso ribadisce Cristina) sulla promessa della costruzione della strada che avrebbe collegato Africo vecchio con la marina. Ma che, come sappiamo, non è stata mai realizzata. Lo sviluppo, è vero, c’è stato ma non sarebbe potuto avvenire, si chiede, anche qui? Vorrebbe dimenticare perché il ricordo la fa ancora soffrire, è una persona che sa quel che rimpiange: un luogo non indifferente, per esempio, come invece le appare la sequela anonima dei casermoni in cemento, spesso incompiuti dei paesi sulla marina. Luoghi, edifici impastati di relazioni fra persone: molte, probabilmente, anche violente (il dramma di Africo più ancora che l’alluvione) al punto da generare, a tanti anni di distanza, l’incendio della sua vecchia casa. Cristina Gagliardi. Il cognome continuava a risuonarmi in testa. La sera nell’agriturismo dell’Amendolea ho sfogliato le pagine di Africo che avevo annotato.

Francesco Gagliardi è il protagonista della settimana rossa di Africo nell’autunno del 1972, tra i testimoni principali di Corrado Stajano. Quello che a nome della Camera del lavoro di Reggio (considerate le condizioni dei capifamiglia del paese rimasti in 200 ancora senza suolo edificatorio) indisse lo sciopero che culminò nella giornata del 3 novembre con i blocchi stradali di Roccella Jonica e l’invasione di oltre 600 carabinieri con manganelli e lacrimogeni. I blocchi durarono quattro giorni e la repressione fu durissima. Una figura di spicco, insomma, nel movimento di protesta di Africo negli anni Settanta. Cristina e Francesco, probabili parenti, sicuramente dalla stessa parte.

La strada mai costruita, protagonista anche se mancata, nel libro di Corrado Stajano. Gli Africoti però hanno trovato un’altra strada per unire il paese nuovo sulla costa e le vecchie rovine di Africo: una strada immateriale, spirituale, quella che in tanti seguono nei giorni del pellegrinaggio di San Leo. Ci sono i giovani, tante ragazze che cantano le preghiere in dialetto strettissimo per il santo patrono e che però, si capisce, studiano all’Università. Ci sono i giovani che stazionano nei pressi di Carrà dove sono esposte le fotografie scattate da Zanotti Bianco (la zona di Carrà dove, racconta Stajano, Zanotti voleva che si trasferisse il paese nuovo non Bianco). Facce, mi ripeto, molto simili, le ho già viste erano quelle di altri ragazzini ritratti festosi con pistole e coltelli nelle immagini di Africo nuovo. E poi mi rinvengono le note di Corrado Stajano: “Ti senti osservato da dietro le ante o dalle penombre degli usci semichiusi e c’è sempre qualcuno a sconsigliare: di passare, di sostare, di fotografare”. Tiro dritto, sotto lo sguardo corale (attento e minaccioso) di un gruppo seduto sui muretti: uno sguardo indecifrabile a prima vista (lo colgo solo con la coda dell’occhio) ma che sta, così lo percepisco indiscutibilmente, a delimitare il territorio. I luoghi non solo qui non sono indifferenti ma sono palpabilmente misura di un potere. Con quegli sguardi i discendenti dell’antica Africo è come se i loro luoghi te li buttassero in faccia.

Il prete buono Don Natale Bianchi. È ancora vivo, appuro di recente. Il suo nome risuona a Riace, in bocca al sindaco Domenico Lucano. Quanto di più simile a uno Zanotti Bianco dei giorni nostri io abbia incontrato nella Locride (scontando la diversa vocazione archeologica), il sindaco ha compiuto una sorta di miracolo laico ospitando tra i vuoti del suo paese destinato all’abbandono i nuovi profughi del Mediterraneo infiammato dalle guerre: iracheni, palestinesi, anche afghani. Coadiuvato dall’allora Alto commissario delle nazioni unite per i rifugiati, Laura Boldrini, Lucano ha fatto tesoro degli insegnamenti del maestro e amico Don Natale Bianchi, il prete varesino sbarcato a Gioiosa Jonica tanto osteggiato dagli amici di Don Stilo e dalle gerarchie ecclesiastiche locali. Sull’esperienza di Lucano il regista Wim Wenders ha girato un cortometraggio Il volo arrivando fino a sostenere a una riunione di premi Nobel a Berlino nel 2009 che la vera utopia non è stata il crollo del muro di Berlino ma quello che è stato realizzato a Riace, nel cuore dell’Impero dell’ndrangheta.

Chiudo con Don Stilo il prete meno buono. Don Stilo, che ha querelato Corrado Stajano e Giulio Einaudi nel marzo del 1979, a pochi mesi dall’uscita dal libro (lo ricorda nella densissima postfazione l’autore) è morto nel 1999. Impossibile dunque incontrarlo ma mi imbatto in un libro che raccoglie i suoi scritti su San Leo uscito nel 2004 presso una piccola casa editrice di Reggio Calabria per iniziativa dei fratelli che, si legge nel copyright, ed è strano, viene omaggiato a tutta la cittadinanza di Africo. Il suo apostolato si legge nella quarta di copertina (in apertura ho citato quella di Bollati) è stato “carità verso tutti”. Il volumetto contiene, in chiusura, il testamento spirituale di Don Stilo (sic). Voglio citare il passaggio finale, prima dei ringraziamenti alla famiglia e agli amici, che sembra paradossalmente riguardare anche Corrado Stajano e il suo grande libro.

“Consentitemi che ringrazi quanti mi hanno lottato (variante transitiva del verbo lottare): è stato il piano voluto da Dio perché altrimenti avrei prevaricato, non sapendomi mantenere nel dovuto equilibrio”.

Il libro: Corrado Stajano, Africo. Una cronaca italiana di governanti e governati, di mafia, di potere e di lotta, [Einaudi 1979] Il Saggiatore 2015, pp. 190, € 20,00.

 

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