Purezze psichiche

Daniela Gliozzi, N. 729

 

Caterina non sapeva perché ostentasse quella vivacità e brillantezza. Alle elementari era stato diverso. Non che non avesse avvertito anche allora l’ottimistica consapevolezza di potersela cavare in quasi ogni situazione didattica: ogni giorno era la prima a finire i temi e rispondeva a certe domande, dopo aver alzato la mano con prontezza, anticipando gli altri, specie in grammatica e in geografia, senza che lei stessa capisse come ne conoscesse così facilmente la risposta.
Ma quella numerosissima classe di una scuola privata gestita da suore, in cui le bambine erano piccole dive alle quali, le pareva, la vita aveva già dato tutto, mettendole al centro del loro piccolo mondo familiare (e la cui bellezza già le rendeva spigliate coi ragazzini che le veneravano, e non guardavano lei), in verità la intimoriva, e poco importava che lei, ad esempio, fosse bellissima, forse più ancora di ciascuna di quelle, alta ed esile allo stesso tempo, e la più bionda.

La sua classe in prima media era poco numerosa, alcuni compagni erano quelli vecchi, e ciò la metteva in una posizione di privilegio rispetto ai nuovi. Peraltro, la parziale novità rappresentata da questi era di certo interessante, almeno tanto quanto pareva rassicurante l’altra faccia della situazione: i professori e i compagni che non conosceva, a loro volta non la conoscevano, non sapevano, quindi, ancora, per esempio, che lei spesso, fino all’anno prima, era andata a scuola spettinata, che sua madre le aveva fatto cambiare i vestiti solo una volta alla settimana, che era davvero troppo pigra e al dopo-scuola svolgeva in sostanza soltanto i temi, mentre tentava di portare a termine il resto degli scritti in assoluto controvoglia, più di una volta copiandoli o lasciandoli interminati, e che ai compiti orali non si dedicava affatto; non sapevano, le persone sconosciute della nuova scuola, che tanti argomenti di matematica non li aveva capiti e che dunque forse lei era davvero tonta.

A Caterina era sempre piaciuto seguire le lezioni in classe. A dire il vero, alle elementari e in quei primi tempi alle medie, gli insegnanti meno autorevoli l’avevano più volte accusata di distrarsi con la compagna di banco di turno, di essere, come si dice, chiacchierona; ma, al contrario, la divertiva molto ascoltare i docenti che parlavano, e, senza accorgersene, andava basando tutto il suo apprendimento proprio su quello.
Ora, alle medie, aveva una professoressa solo per le materie letterarie, la quale non solo era serena, sensibile ed autorevole, ma la cui presenza, in più, risultava non ingombrante in aula, anzi, leggera, volatile. A causa del fatto che si trattava della vicepreside, alcune volte quella era costretta ad interrompere la lezione per sbrigare qualche bega della scuola. E allora andava e veniva, e per i ragazzi era una gran gioia evitare un’interrogazione o un momento di tensione didattica.
Ma per Caterina era una gioia anche quando lei rientrava e spesso non senza un reale motivo. Poiché, infatti, la donna era obbligata in quelle situazioni a concentrare in pochi minuti tutto il peso che avrebbe voluto conferire alla sua lezione, le riuscivano momenti densi di emozione intellettuale, sapeva interessare come accade spesso coi ragazzini: si escogita improvvisando l’ultima spiaggia, ed ecco che i loro occhi si dilatano, le labbra si serrano e non un movimento percettibile del loro volto altera l’istante perfetto.
La professoressa, inoltre, era temuta da tutti, ma possedeva quella sincerità che per loro era un dono. La sua umanità veniva fuori fulgida. Un giorno rimproverò l’intera classe perché qualcuno aveva imitato con le dita il classico segno che ripete le corna dietro la testa, durante la posa per la foto di gruppo. A tutti sembrava poca cosa, ma quella signora era così, certi fatti la indignavano e non mancava mai di esprimerlo. Poi, però, inavvertitamente, finiva sempre in qualche modo per offrire un sollievo, ed anche in quell’occasione si trovò ad esaltare gli stessi alunni che stava criticando, mentre spiegava che, anche se si era vista costretta a far truccare l’immagine perché non risultasse visibile l’odiato gesto, aveva fatto appendere nel suo ufficio proprio quella fotografia, e solo quella, perché confessava, per quei ragazzi, un debole non represso.

Caterina sedeva al primo banco, contro ogni convenienza spaziale (ignorando se ne esistessero d’altro genere), data la sua altezza. L’amichetta che aveva vicina era un po’ come lei, ogni tanto si scherzava, ma a loro piaceva la scuola (o almeno quelle ore di lettere, per quanto la riguardava) e la vicepreside non le intimoriva più di tanto. Quella collocazione era, al contrario, per loro, addirittura fortunata perché, più vicine a lei, se ne sentivano coinvolte da una maggiore intimità. L’unica differenza stava in questo: la sua compagna era studiosa, lei per niente.
Ma ecco che la singolare alunna ostentava vivacità intellettuale e brillantezza. Si sentiva sicura, essendo certa di potersela cavare così, a scuola, non conoscendo altro metodo (almeno in lettere, perché in inglese e matematica – la cui docente, in particolare, era malvagia e terrorizzava tutti – aveva vita molto meno facile), ed era piuttosto convinta che la sua professoressa le avrebbe concesso quel piccolo favore del chiudere un occhio sulla sua effettiva preparazione.
Sì, perché su questo si basava l’equivoco nel quale Caterina era caduta. Non aveva mai letto in nessun modo da parte dell’insegnante la cosiddetta valutazione nei suoi confronti come alunna responsabile, e dava, viceversa, per scontato che quella maestosa signora sapesse che il suo impegno non era sufficiente. Una mattacchiona come lei poteva essere zelante? Certo, sapeva e capiva molte cose, alzava spesso – troppo spesso – la mano, sia per rispondere che per intervenire. Ma come poteva quella donna non interpretare un tale comportamento come lo sconsiderato e buffo protagonismo di una bambina che fino a pochi mesi prima era quasi sempre stata ai margini di ciò che significa davvero considerazione?

Una mattina la vicepreside entrò in aula e fece un annuncio. Pressata dagli innumerevoli impegni dati dal suo incarico, avrebbe rinunciato all’insegnamento a quel gruppo e sarebbe stata sostituita da una nuova docente. Quindi si preparò ad interrogare, e stava, per l’appunto, accingendosi a farlo, quando, come suo ultimo giorno di scuola in quella classe, spiegò che desiderava farsi un regalo (proprio così si espresse) e scegliere finalmente, una buona volta, un alunno che le desse davvero soddisfazione. Infine, pertanto, dichiarò l’intenzione di interrogare Caterina.
D’istinto, appena raggiunta la consueta posizione in piedi e a fianco della cattedra, l’alunna prese a preoccuparsi soprattutto di risultare simpatica alla sua professoressa preferita e nello stesso momento di barcamenarsi, esattamente come sempre aveva fatto.
Invece, l’interrogazione, come era prevedibile, risultò del tutto mediocre. Fu l’arrabattarsi alquanto ridicolo di chi non ha nemmeno aperto il libro.
Ma esisteva come un puntello sufficientemente saldo di convinzione in quella ragazzina che, nonostante tutto, così penosa non poteva esserlo sembrata neanche stavolta. In fondo capiva tante cose che i suoi compagni non capivano, in fondo sapeva arrangiarsi.
E si accompagnava a quella sensazione l’altra ugualmente ingenua che un’interrogazione non fosse poi così importante, così determinante per il risultato finale e per l’affetto – sì, per l’affetto – di chi la interrogava. Ma a ben vedere, agli stessi giudizi finali – quelli della pagella, per intenderci – lei non aveva mai pensato. Si rendeva conto a stento perfino della loro esistenza e, pur ammettendo questa nell’ordine delle cose scolastiche, non ne capiva davvero il reale senso, o forse fingeva a se stessa di non capirlo: finora, di fronte ad una pagella, ma forse anche ad una valutazione espressa dalla maestra, dai docenti, dai genitori, da qualsiasi adulto e perfino probabilmente da chiunque, la sua reazione era stata quella di rendersi completamente sorda e cieca, incapace di ogni comprensione di ciò che ascoltava o vedeva. Cercava di evitare in questo modo guai peggiori. E alla fine risultava, così, impermeabile anche a qualsiasi tipo di riconoscimento positivo. Nessuno sarebbe mai potuto arrivare a tanto.
Proprio per questo fu ovvio che in quel momento, soprattutto mentre tornava al suo posto ascoltando le parole deluse dell’insegnante, non stesse avvertendo alcuna novità nella vicenda che stava vivendo, che tutto si stesse ripetendo come era scontato che fosse.
Soltanto, congetturò, fugacemente, un po’ dopo, mentre la lezione dileguava su percorsi che evidentemente non parvero almeno quella volta così seducenti, che la professoressa era stata prima d’ora banalmente ingannata dalla finzione imperfetta di un ruolo da sapientina da quattro soldi. Caterina l’aveva forse creduta più rabdomante.
Provò anche vergogna, certo, come accade a chi venga smascherato. Ma in fondo quegli strani, indefinibili avvenimenti erano accaduti così tante di quelle volte, così spesso Caterina aveva indotto i grandi a quel genere di sconforto, che fu abbastanza semplice, per quell’abitudine, indurla all’oblio. E così lei tornò alla sua vita da bambina con la naturalezza del gioco.

Ma ci sono degli addensamenti nella vita di un ragazzo dalla cui forza centripeta non si può sfuggire. Sono come purezze psichiche, sconvolgimenti della mente che poi si espandono dappertutto.
Poi si diventa adulti, e ogni cosa è fluida ed immancabilmente senza veri compromessi, mentre è l’inesperienza a cercarsi la guida del nodo da sciogliere, che è anche il crocevia per qualsiasi nuovo cammino. Si sa che crescere è cambiare la strada.
Pertanto, dopo qualche giorno rivoluzionario, fu infine ed inevitabilmente chiaro a Caterina ciò che era accaduto, il fatto, cioè, che una ragazzina anelante all’attenzione mai avrebbe potuto ingannare una persona così sincera. Il vero inganno era stata lei a subirlo.
La professoressa aveva scelto lei tra i suoi diciotto ragazzi prediletti per l’ ultima interrogazione e per celebrare, così, il suo ultimo giorno. La professoressa la considerava.
Sì, aveva investito Caterina di quella parte di stima (esattamente quando la stima non si trova nel novero dei vocaboli abusati dai furbi) che è la considerazione; di quella parte, vale a dire, che non ha proprio nulla a che fare con qualsiasi forma di inganno.

E la bambina, col vanificare in quella signora le speranze del momento, non tanto aveva dimostrato la dimessa ansia di chi, timido o smargiasso, svela un’ovvia inconsistenza, ma era riuscita, piuttosto, a confermare, ancora una volta, la risoluta ed adorabile rinuncia a meritarsi un po’ di gloria, per cui, di certo, quella donna dentro di sé aveva soltanto sorriso, e con tenerezza.
Questo finalmente Caterina riuscì a capire. Peccato che la sua amata insegnante non l’avrebbe saputo mai.

[1 agosto 2011. Inedito]

Lascia un commento