La Seconda A

 

Scena tratta da Diario di un maestro, film diretto da Vittorio De Seta.

 

Pensare e ricordare sono modi in cui gli uomini mettono radici e prendono posto nel mondo. E quella che definiamo di solito persona o personalità, distinta dall’essere semplicemente appartenenti al genere umano, in effetti emerge da questo processo di pensiero che ci fa mettere radici. Se si tratta di un essere pensante, radicato nei suoi pensieri e nei suoi ricordi, di qualcuno, cioè, che sa di dover vivere con se stesso, ci saranno limiti a ciò che si permetterà di fare, e tali limiti non gli verranno imposti dall’esterno, ma dal suo stesso io. Questi limiti possono cambiare considerevolmente, ma il male estremo è possibile solo quando queste radici dell’io sono del tutto assenti. Quando sono assenti? Quando gli uomini pattinano sulla superficie degli eventi.
Socrate credeva che insegnando alla gente come pensare, come parlare con se stessi – senza l’ambizione di insegnar loro che cosa pensare – avrebbe migliorato i suoi concittadini. Ma se avessimo la possibilità di chiedergli qual è allora la sanzione per quel crimine che rimane nascosto agli uomini e agli dèi, egli potrebbe rispondere soltanto: la perdita di questa capacità, la perdita della solitudine e anche della creatività. In altre parole, la perdita dell’io che costituisce la persona.

Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale (1).

 

Un giorno avrete anche voi dei bambini, e io spero che voi li amerete e loro vi ameranno, anzi loro vi ameranno se voi li amerete, altrimenti rivolgeranno il loro amore o il loro affetto, la loro tenerezza su altra gente, su qualcos’altro, perché la vita è fatta così: non si può fare a meno di amare e di essere amati. 

Tratto da Gli anni in tasca, film diretto da François Truffaut

 

…ho tratto la convinzione di dover parlare agli studenti solo il linguaggio della materia che insegnavo loro. Paura della grammatica? Facciamo grammatica. Poca inclinazione per la letteratura? Leggiamo! Poiché, per quanto strano vi possa sembrare, o nostri allievi, voi siete impastati delle materie che vi insegniamo. Siete la materia stessa di tutte le nostre materie. Infelici a scuola? Forse. Scombussolati dalla vita? Alcuni, sì. Ma ai miei occhi siete fatti di parole, tutti quanti voi, intessuti di grammatica, tutti, pieni di discorsi, anche i più silenziosi o i meno attrezzati di vocabolario, abitati dalle vostre rappresentazioni del mondo, pieni di letteratura, insomma, ognuno di voi, ve lo assicuro. 

Daniel Pennac, Diario di scuola (2)

 

 

C’è stato dunque questo consiglio di classe, le solite cose assurde, coi colleghi che parlano ed io non capisco perché.
L’anno scorso, quando la classe era nuova e ci siamo trovati con un grappolo di ragazzini strani, mesi e mesi ad elargire notizie ed indignazioni, la madre di quella era tossica, il padre di quello se n’è andato e ha fatto un figlio con un’altra, e poi cosa ha detto quella donna a quel colloquio e cosa ha fatto quell’uomo a quella riunione. E’ la provincia? Ci chiediamo. E’ la provincia di Roma? E’ Roma, in fondo, nonostante la provincia?  In ogni modo, un anno a svelare, soprattutto a chi, come me, non è del paese, nel bel mezzo di corridoi assordanti, cosa fa della sua vita un adulto e quasi mai un ragazzo.
In mezzo a quel chiasso sono accesi, particolarmente nevrotici, o al contrario, esili, bisbigliati, gli sporadici tentativi di qualcuno di noi, volenteroso, qualcuno di noi che alla fine, però, discorre solo di voti brutti e cattive maniere e, poveraccio, quindi, della propria frustrazione, di quella cosa che tocca anche me e mi tocca come le dita viscide dei fedeli che sfiorano le statue di bronzo, io, quell’alluce abnorme, consumato da troppa ansia, dall’ansia cioè degli altri.
Eppure io, se mi avveleno di fronte a un fallimento che non potrei non inventarmi nella totale amnesia di tutto e principalmente di me stessa, poi mi trovo immancabilmente a distanza al massimo di uno o due giorni, in classe, e ciò che ho sul serio dimenticato sono ora le cose più ovvie e più banali, come la penna o un libro, e così chiedo (e pure fredda) che qualcuno me li presti, un istante prima della gara forsennata dei miei alunni che corrono in mio aiuto.
Solo quella gara acquista un’aria tutta propria, come un fatto così degno di nota che del suo essere in effetti la famosa richiesta di affetto (o di “attenzione”, come troppe volte si dice, ma come non posso di certo non dire) mi resta una calma assoluta, tutta, totalmente data dall’alto della sua importanza, come se fossi appesa a fili che mi tengono con grazia, ai fili di un burattinaio rilassato, gentile, che mi rallenta e mi esonera da ogni fatica.
E’ che, sì, non faccio fatica ad essere cercata da loro, i miei alunni della Seconda A, e non li sfiora l’impulso a tirarsi indietro, a voltare le spalle al ridicolo adulto che li insegue, ma mi seguono con gli sguardi e con i gesti di chi si fida. Io non faccio niente. Provo solo le cose di sempre, cerco di insegnare a considerare un testo, a guardare un fatto, offro la cultura per quella che è, offro la conoscenza come la vivo io, chiedere, andare, rivedere, creare.
Ma faccio anche a meno di quello, ormai. E’ il mio arrivo, il mio salutarli, sedermi, scrivere sul registro, guardarli, dire loro che andrò un attimo in bagno, interrompere all’improvviso perché troppo stanca. Quasi ogni giorno dico loro di aspettarmi ché corro a prendere il caffè o mando qualcuno per un bicchier d’acqua e dal bidello per le fotocopie. Se il programma o altro mi intralciano, c’è sempre un’occasione in più per rifarsi. Loro lo sanno. I compiti non me li fanno come dovrebbero, non stanno sempre veramente ad ascoltare ogni mia parola, anzi direi quasi mai, ma vedo che mi aspettano, hanno comunque pazienza. Si affidano. Quando entro in classe si siedono in silenzio. Lo sanno che devono. Io devo insegnare Italiano-Storia-Geografia. E allora io divento le mie materie. La mia passione mi crea il momento serio, importante e sentito. Si fa scuola e mentre si fa scuola si studia. Nel senso di amare. Avrei potuto far di meglio. E non tanto quando mi sono arrabbiata con loro se un dolce collega m’aveva appena confidato di tutti i patemi a farli star bravi, ma quando, per lo stesso motivo, ho parlato troppo e se ne è andata l’ora. Perché io ho questo vizio di parlare troppo, come tutti quelli che hanno un cane e sono mal abituati dalla sua incrollabile pazienza. Ma ormai io sono quello, incarno le mie materie, incarno il mio studio e la mia passione. Non ho bisogno di ramanzine o rimproveri o punizioni, anche se ne faccio, e ne faccio in continuazione, si può dire, in questa classe. Ma la mia mancanza, la mia defaillance è trasfigurata, e ormai loro, ciò che dovrebbero vedere, lo vedono.
Ovviamente molti dei miei colleghi intuiscono e sospettano, e quindi negano. Non c’è bisogno di scomodare Freud e tutti i discendenti per capire che la negazione è la più potente tra le armi di difesa. Sì, credo proprio che non realizzino che ti può capitare di amare gli alunni. E credo anche che ormai a loro volta non si chiedano più perché gli alunni non li amino.
La mia collega più volenterosa lo è soprattutto in quanto insegnante di sostegno. Mi dice di essere “molto credente” e lo fa con un enorme trasporto e mi assicura che ciò donerebbe la famosa serenità. Ma vedo che non si trattiene dal gridare contro quei ragazzini e in modo forte, anche se senza una vera convinzione, e tutto il tempo, come un piccolo cane che abbaia, e ovviamente loro seguitano a far la loro rilassata confusione ignorando quel minuscolo rabbioso dimenarsi. Eppure qualcosa mi dice che è vero, che è proprio vero che di certo lei è più serena di me. Tutti, molto probabilmente – e lo dico con tutta l’amara sincerità della mia naturale condizione – sono, lì dentro, più sereni di me, a tal punto che da ultima in classifica posso guardare con speciale lucidità a ciascuna delle nevrosi che vi infieriscono.
Ma gli alunni non si fanno problemi di tal tipo, ed è questo alla fine il punto, il fatto che insomma con geniale inconsapevolezza a loro interessi soltanto che lo studio trasfiguri il dolore.
Hanno frequentato, la collega credente e quella di Matematica, un corso di aggiornamento sui disagi scolastici. Quale migliore classe della Seconda A, per applicare le sagge, autorevoli e convincenti teorie esposte al suddetto simposio? La macchina è quindi partita e i colleghi che prediligono darsi da fare sono all’erta e il da farsi infatti è alle stelle.
Di tutto ciò, credo mi avessero in grandi linee già parlato, ma non ascoltavo con attenzione, come tante volte mi accade. Ed ecco ancora la bella parola così abusata, l’ “attenzione”, che esce dai meandri dei miei racconti, perché l’attenzione è il fulcro lessicale di una dicotomia di concetti che in fondo identifica più di ogni altra, e in modo esatto, il mio e l’altrui sentire, per cui, in effetti, io non mi interesso delle cose che pare interessino agli altri e a loro non interessa ciò che piace a me, e così non sto attenta, ad esempio, a ciò che mi dice il collega, posto con me nel cerchio che si crea nel corridoio, e invece lo sono a rispondere con “qualcosa” al ragazzo, avendone scorto da lontano, ma nettamente e senza intralci, proprio quella miseria e proprio quell‘incanto, se sono miseria e incanto del rabbioso e dell’offeso, dell’affaticato, dello scisso, del semplice o del complicato, dello stronzo, di colui che è delicato, di chi guarda nel vuoto davanti a sé, anche se interrogato. Sono molto attenti, intanto, mi pare, quegli altri – i colleghi – alle parole del vicino impiegato con in mano l’enorme registro blu.

Arriva dunque il consiglio di classe, viene comunicato il progetto. Non ascolto, per lo più, finché non sento parlare di ore “prese” ai colleghi. E adesso indago, molto più interessata, e viene fuori che dall’ora di religione (perché esiste ancora un’ora di religione) si deve sforare ad un’altra ora. Ma quell’altra ora di chi è? Mi informo con apprensione. Mia. Ma di quanto sfora? Domando allarmata. Di mezzora. Ma per quanto tempo? Chiedo nel panico. Per dodici incontri. E c’è la psicologia di mezzo, scherziamo? La vogliamo smettere di pensare solo al nostro? D’altra parte sono esigenze, sacre esigenze, dell’Istituto. Abbiamo approvato questi progetti, noi, “come Collegio”. Noi abbiamo stilato la Carta del nostro Istituto, ne abbiamo delineato così la mission. Sì, mi pare proprio la mission, la chiamiamo – “come Collegio” – insieme a tutte quelle altre parole, le solite. Istituto, istituto, istituto, scuola, scuola, scuola, genitori, genitori, famiglie, famiglie, territorio, istituto, scuola, territorio, famiglie, genitori, mission, condivisione, un’educazione condivisa, collaborazione scuola-famiglia, condivisione e collaborazione. Obiettivi. Com-pe-ten-ze.
Sto zitta. E’ meglio raccogliere le forze. Non perdiamo lucidità. Ci torno sopra solo un po’ dopo, all’uscita serale dall’edificio scolastico. Ci si avvia tutti insieme per la strada buia, il clima è ideale per le confidenze, per intenerire gli animi stanchi, si cammina vicini commossi dal fresco dell’autunno, sollevati dal lavoro finito, ancora in testa l’eco delle parole accese. – Marisa, cercate di venirmi incontro per quella cosa della mezzora? -, faccio io, affiancandomi a lei, l’insegnante di sostegno. – Sono tremendamente indietro col programma, sto ancora alle cose di prima media… -. Mi risponde netta che ciò che farà con la collega di religione (perché esistono ancora colleghi di religione) è più importante delle materie, della didattica. Faccio Geografia, Storia e vado a parare a quello, a quello che mi ha smosso le viscere quando ho appreso e ho approfondito. Comunico un racconto d’amore (ed ecco anch’io le solite cose, tipo mission e condivisione), comunico il bello del sapere, quello che non ti fa diventare bruto, quello che ti fa essere persona, quello che…
Non ho citato la Arendt, qui. Non ce l’ho fatta. Né con lei né coi colleghi che le stavano attorno.

“Il peggior male è quello commesso da nessuno, cioè da esseri umani che si rifiutano di essere persone.”
Se esistono i temi-base che vengono dai tempi lontani e si annodano tra loro è solamente quella cosa che ha che fare coi pensieri amari, quelli che arrivano solo quando sei solo, perché quando sei solo sintetizzi tutto, visto che non devi dare spiegazioni a nessuno, e allora ti resta immancabilmente un’unica parola e questa è proprio “persona”. Io bambina e il male che mi è stato fatto. Cosa ha mosso chi mi ha fatto male. Perché questo stesso essere umano afferma per sé un anelito al bene. Perché sta inscritto nel cerchio cristiano cattolico. Perché ci si dimentica. Perché si rimuove. Perché se anche se è ridicolo scomodare Freud per la negazione, si negano gli orrori che non noi ma un altro ha subito. Perché non si chiede scusa se non per le cose false, ridicole. Perché non lo si fa mai seriamente. Perché non è possibile chiedersi cosa l’altro provi senza dimenticare la propria vanità. I miei alunni che sono ancora bambini. Il male che spesso ricevono. Il fatto che saranno grandi, adulti, e mi chiedo se saranno persone.
“Il malfattore che rifiuta di pensare da sé a quanto sta facendo e che rifiuta quindi di ripensarci retrospettivamente, ossia di ricordare quanto ha fatto (è questa la teshuvah o il pentimento), non è riuscito e non riesce mai a trasformarsi in qualcuno.”

Anche se dico loro di cerchiare i laghi e i fiumi della Francia, i nomi, le posizioni, ecco che partendo da me che li immagino bei nomi bei luoghi mai visti – ognuno di loro con le sue cose da dire – si trasformano in qualcos’altro, in continuo divenire, non restano piagati nella pagina di un libro, prostrati tra le labbra ignoranti e stanche di un insegnante annoiato.
E grammatica, la sottile logica che si annida tra ogni concetto, da quello di sillaba o di accento o la funzione di un prefisso di una parola di una frase di un periodo e la funzione lessicale e strettamente grammaticale ma che poi strettamente non lo è, perché è la solita medaglia con le due facce o il diamante con tante facce e non miseramente due, e non puoi finire, no, un ragionamento iniziato nell’ora di grammatica, e anche se tenti di riassumerne il tutto per i tuoi alunni che non vogliono rifletterci su, anche il riassunto nella mappa concettuale è un nuovo ragionamento, il ragionamento fatto per interrompere la catena dei ragionamenti senza fine che ti porta lo studio della splendida grammatica.
Io parlo troppo, non c’è dubbio.
E poi mi trovo ancora a parlare di Gramsci che odia gli indifferenti, e mille volte ripeto I care come don Milani, o mi metto a spiegare Leopardi che ti trasforma quella semplice cosa che è un orizzonte che non c’è, nella risorsa più potente della felicità, e tu ti esalti amando la contraddizione che pure i ragazzi di tredici anni possono capire. I ragazzi, infatti, possono capire, quegli stessi ai quali hai ripetuto cento volte piano piano, scandendo disperata, la seguente domanda: “Se un di-tton-go ha sem-pre u-na so-la ve-ra vo-ca-le e u-na si-llaba ha sem-pre u-na so-la ve-ra vo-ca-le, un di-tton-go, quan-te si-lla-be so-no?”. E ti guardano persi anche la volta numero cento, bombardato il cervello ormai dalle frecce multicolori partite dall’arco telegeno, mentre scovo la luce sfatta di quelle, nello sguardo impantanato di questi ragazzi della Seconda A che sono i più somari della scuola.

Al consiglio hanno parlato male dei miei ragazzi. Sono molto indisciplinati. Hanno preso tante note. Sono molto infantili. Sospenderli o no? Quanti da sospendere? Uno, due, tre? Solo quelli che hanno preso più di quattro, cinque, sei note? Io credo a ciò che mi si dice, cioè credo che si comportino male. Certo, io non lo vedo: quando sto in classe con loro, non faccio alcuna fatica a tenerli a bada. E’ proprio il concetto di tenere a bada che si perde, con loro. Entro, si lavora, ogni tanto si scherza alla grande, perché io non ho tante persone al mondo con cui scherzare, tranne che col mio cane, fuori di qui. Mi arrabbio abbastanza spesso perché studiano poco. Mi frustra non sentirli interessati a ciò che propongo. Viene spesso fuori il mio io indegno e vergognoso. Loro lo sanno. E lasciano correre. La loro reazione è infatti sempre la stessa: stanno bravi, ascoltano e stanno bravi. Sono falsi? Neanche morti. E’ una delle classi più sincere che abbia mai avuto: niente rispetto impersonale, niente ostentazione, no.  E questo un po’ mi sorprende perché è proprio che quando sto con loro, qualunque sia il mio modo di stare, loro accettano, accolgono, aspettano, si calmano. E’ una specie di magia o come vogliamo chiamarla. Si parla fino alla nausea di empatia, sarà quella o forse è meglio che usi una parola ancora più abusata, cioè quel rispetto che capiscono molto bene che provo per loro, un sentimento cresciuto col tempo, da quando, lo scorso anno, le loro bambinate smaccate e grossolane mi mandavano in bestia, non le reggevo. Insomma, non avevo pazienza e non mettevo in atto tutti i bei propositi che mi faccio da quando insegno (“ci vuole sobrietà, ci vuole calma e fermezza. Punto.”). Poi stavo male un pomeriggio intero e rimuginavo sul da farsi. Mi dicevo che avevo esagerato irrimediabilmente, questa volta, che ero spacciata, che avevo rovinato quanto di buono ero riuscita a costruire fino a quel momento. Infine mi proponevo di tentare un’ultima carta, ad esempio parlare a tu per tu con l’alunno col quale avevo perso la brocca, senza sapere bene cosa avrei detto, ma capendo sempre di più che dovevo parlarci. Spesso ho chiesto solo scusa, senza tante storie. E non so ancora se ho fatto bene o male, ma non me ne importa. L’ho fatto per tornarci su, cioè perché chiedere scusa è serio, l’ho fatto per essere seria. E i miei alunni mi hanno sempre perdonato. Questo mi lascia ammirata della Seconda A, di tutta la Seconda A. Loro, sciocchi, antipatici, afasici, privi di parole umane, che non sanno sostituire se non col grugnito di Polifemo, ignoranti e indifferenti, loro mi hanno sempre perdonato. Non si sono mai offesi e non si sono inaciditi. E a un certo punto mi è venuto da apprezzarli. E loro lo sanno.
A dire il vero, anche la collega di Matematica non lamenta difficoltà nel gestire il comportamento degli alunni della Seconda A.  Forse siamo simili, io e lei, forse siamo severe, siamo austere, come si diceva una volta. Forse. Però io a questo punto la rivendico, una severità peculiare, per cui i colleghi non si capacitano: – Ma come? -, dice uno, – Questa nota l’hai messa tu! -. Certo, l’ho messa io. Io le metto le note. Sono severa, appunto. Io punisco. Qualche alunno, un paio di volte, ad esempio, credendo di non essere notato da me durante un cambio d’ora, una ricreazione, ha fatto o detto cose che è meglio non ridire e io ho annotato l’atto malsano sul registro di classe, ferma, posata e risoluta. Ma se quei ragazzi sanno questo, cioè che faccio queste cose, inesorabile e senza indugio, è perché sanno che li amo. Perché ad amare si è seri. E indicibilmente calmi. Ed è per questo che loro amano me.

Mi affretto ormai verso casa quasi del tutto sconfitta, quasi del tutto inutile o almeno più del consiglio di classe appena concluso. Più inutile – nella convinzione di molti – della Geografia, di quella stessa materia del cui insegnamento vado a perdere sei ore. Ma come? Perdere sei ore di scuola con i miei alunni? Altre sei ore di scuola, dopo la corsa campestre, le gare di matematica e di pallavolo e prima dei canti natalizi che presto, senza scampo, verranno? No, non posso, non devo arrendermi. Ma allora dovrò fare ancora quella che non asseconda il gruppo di lavoro? l’elemento disturbatore? che minaccia la coesione? insomma, la solita rompicoglioni? Sì, per forza, sarò proprio quella.  Sono così indignata che mando, ancora per strada, un messaggio alla collega di Matematica, quella severa e che forse mi capisce. Mi risponde che ciò che faranno i ragazzi durante quelle ore sarà molto utile per loro e che è un progetto ideato da gente competente, ecc. ecc. Davvero non so come spiegarle che io proprio non vedo in queste interessanti ore una maggiore utilità della mia Geografia, di me con la mia Geografia in quella classe, della mia gioia nel mio essere lì, coi miei ragazzi e con la mia Geografia.
Davvero non so come fare, come spiegare. Assaporo la sconfitta ormai definitiva. Perdo le mie ore, perdo la cose, intorno a me. Perdo l’egoismo come si perde l’autobus. Sempre per un pelo. Proseguo meno di fretta verso la mia solitudine, verso la solitudine del mio cane insieme a me, al solito lavorio del pensiero.

 

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(1)  Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale, Einaudi, 2016 (traduzione di Davide Tarizzo). Da questa edizione sono tratte anche le citazioni presenti nel testo.

(2) Daniel Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli, 2008 (traduzione di Yasmina Melaouah).

 

[30 ottobre e 25 dicembre 2011. Inedito]

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2 commenti su “La Seconda A

  1. Dalla prima all’ultima parola…tutta d’un fiato…mi sono trovata con te tra quei banchi, con quei ragazzi, con quei colleghi, nelle aule dei pensieri del tuo essere insegnante di italiano, di geografia, di storia, di latino, di rispetto, di vita…c’è chi lo fa per caso, chi per sbaglio, chi per soldi, chi per passione, tu lo fai per destino…ci vogliono persone come te per salvare la fiducia nel sapere, nell’educazione….la tua è una vera ‘mission’. Ti apprezzo

    • Daniela Gliozzi il said:

      Rimango senza parole… Perché leggere queste cose da te è importante quanto lo è stato scrivere questo racconto, in cui la fantasia ha lasciato spazio a tanta realtà, più del contrario…
      Ti ringrazio di cuore.

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