Chiacchiere puberali

                                         Marc Chagall, La passeggiata

 

La prima volta che ho litigato con Mario, l’avevo conosciuto da circa due mesi.
Siccome quando lo conobbi lui stava litigando con alcuni ragazzi del quartiere, ed uno di questi lo chiamò “Brutta checca”, io lo chiamai, quando ci litigai io, a mia volta, “Brutta checca”.
La cosa strana è che lui non si arrabbiò – come aveva fatto coi suoi amici – né per quella parola né per altri insulti e parolacce, tant’è che la sua ragazza, Marina, che aveva già come lui tredici anni, si arrabbiò con lui perché si faceva trattare male da una ragazzina come me (io ne avevo undici).
Poi, Marina – che era anche mia amica – dopo avermi perdonata del fatto che io avessi litigato con Mario mentre Mario non aveva litigato con me, mi spiegò il significato della parola “checca”.
L’idea che lo avessi chiamato in quel modo senza che lui si ribellasse mi divertì moltissimo, per cui, da quel momento, spesso chiamai, anche solo scherzando, Mario, “Brutta checca”.
Così ormai ci furono delle volte che quando mi rivolgevo a lui a quel modo per chiedergli qualcosa, lui mi rispondeva come se nulla fosse: – Cosa c’è? -.

Lui continuava a non offendersi. E si arrivò ad un giorno in cui (era passato un annetto e mezzo da che ci eravamo conosciuti, e cioè circa sei mesi fa, quando Marina e Mario si erano lasciati), dopo averlo chiamato “Brutta checca” ed essermi venuto lo scrupolo che quel gioco non gli piacesse più, lui mi rispose: – Te lo sposo quel nome. -.
Io non capivo e gli dissi: – Che nome? Mica si sposano i nomi. -.
E lui: – Io ugualmente sposerei tutto quello che dici. -.
Da quel momento ci furono delle volte in cui, se io, mettiamo, pronunciavo una certa frase, lui mi diceva: -Te la sposo quella frase. -.
Poi Mario aveva altre espressioni tutte sue, che amava usare con me. Ad esempio, se io gli chiedevo se gli piacessero il mio vestito o i miei occhi, lui mi rispondeva: – Me li calo dentro.-.
Un giorno riuscii a farmi ascoltare quando gli chiesi cosa significasse “Me lo calo dentro”, e mi rispose: – Mentre tu mi parli, tutto ciò che è tuo, i tuoi occhi, i tuoi capelli, i libri che hai in mano, l’ombrello, eccetera, tutto si sta sistemando in me. -.
Continuò poi a mettersi o a calarsi dentro varie altre cose di me e a sposarsi con le mie parole.
Quando mi parlava, lui usava solo superlativi assoluti. Se gli dicevo: – Non dirmi che sono simpaticissima, basta che tu dica “simpatica”. -, lui mi rispondeva: – Ma non sei simpatica, sei simpaticissima. .-. E continuava con questi superlativi.
Finalmente si arrivò a quando gli ho chiesto se avesse voluto mettersi con me. Lui mi ha risposto che avrebbe voluto sposarmi.

Mario pareva avesse perso un’ala. Leggero e zampettante, un po’ di sbieco. Così almeno io lo vedevo. Un aquilotto pieno di iniziativa, ma sbadato, o un polletto cui bimbi cattivi si fossero divertiti a far mangiare pezzetti di pane imbevuti col vino, ma anche uomo tutto serio e autarchico, ma tanto gentile da sentirsi troppo sbronzo per continuare a suonare la chitarra e a cantare davanti a una donna.
Quando un giorno Massimiliano gli si era avvicinato tutto scorticato in viso e in lacrime, lui gli chiese, sollecito e preoccupato: – Cosa ti è successo? -. Massimiliano se lo guardò con espressione di stupore. Ed io: – Mario! Vi siete azzuffati dieci minuti fa! Sei stato tu! -.
Allora Mario contemplò quelle striature rosse senza dire una parola. Solo Massimiliano ebbe il coraggio di dirgli: – Scusami davvero, sono stato troppo impulsivo. -.

Massimiliano era ciccione ed è ancora mio compagno di classe.
In prima media litigai anche con lui, prima ancora di conoscere Mario, ma una volta sola e per motivi più seri.
E mi sono anche sentita in colpa per questo, cioè sentivo come se mi illudessi della mia innocenza. Mi illudo anche perché nessuno ci crede, o così mi sembra.
E anche ora mi sento così, visto che ora c’è questo ragazzo dell’altra classe, ma della mia aula.

Dunque, premessa: la nostra scuola è troppo piccola per contenere tutti gli alunni del quartiere e allora sono necessari i turni. Per tre giorni a settimana la mia classe, la terza C, fa scuola al mattino, e per tre giorni la fa al pomeriggio. Viceversa, l’altra classe, quella che occupa la nostra stessa aula, fa scuola le mattine e i pomeriggi in cui noi non ci siamo. E’ sempre una terza e anche loro fanno il catechismo per la cresima. E’ già il secondo anno. Quella mi pare sia la sezione P o Q.
Allora un giorno, lo scorso anno, questo scrive sul banco: “Chi si siede qui?”. Io rispondo che sono Bianca, allora lui comincia a chiedermi come sono fatta. Allora io do il meglio di me, perché la mia descrizione fa sempre più effetto del mio reale aspetto. Inizio insomma con gli occhi verdi e i capelli lunghi e biondi e poi che sono alta e magra, eccetera, eccetera, tutto, insomma, perché so che non mi vedrà mai, e infatti io non lo so ancora che quella classe fa anche il catechismo, e allo stesso tempo con la soddisfazione di non mentire.
Allora poi gli chiedo come è fatto lui, poi lui mi chiede per quale squadra tifo e io glielo scrivo e poi glielo chiedo a mia volta, e poi quale cantante, quale materia, che faccio dopo la scuola, e io pure, tutte le domande che mi fa, dopo la risposta, gliele rifaccio.
E ancora lui e ancora io, finché il banco ormai mostra una lunga striscia verticale, lunga da cima a fondo, fatta di righe di due grafie diverse.
E intanto, pian piano, scopro anche che un sacco di persone l’hanno conosciuto, in classe, e nelle classi del mio turno, al catechismo.
Ecco, il catechismo. Ma ora faccio un passo indietro.
Una mattina dello scorso anno la bidella entra in classe e parlotta con la professoressa di matematica.
Ora che ci ripenso è come se avessero già parlato prima, come se la questione fosse ancora più di stato di quanto mi sembrasse in quel momento, come se mi aspettassero al varco, si fossero messe d’accordo per trovare il modo più adatto per rimproverarmi davvero severamente.
– Vede, professoressa – fa la bidella -, gli alunni si permettono pure di imbrattare i banchi, e a noi tocca starci su non si sa quanto ché l’inchiostro non se ne va, e per scrivere cosa, poi! Anziché seguire le lezioni si scrivono messaggi con… -.
E continuò a parlare piano piano, o almeno io non sentivo più, ma a me pareva proprio che bisbigliasse e questo parlare sottovoce con la professoressa accresceva sempre di più la nefandezza del mio atto.
Ma ciò che proprio mi tagliò le gambe, nella vergogna, nel pubblico dominio del mio peccato e pure del fatto che c’ero, dentro a tutto questo, proprio tutta intera, oppure – addirittura e al contrario – che esso era proprio dentro di me e mi trasformava in un’orribile ragazzina di seconda media, seppur dall’aspetto di un angelo, è che la professoressa non disse una parola contro di me.
Sapeva ma non parlava. Ecco, ora vi vedo più chiaramente il disprezzo più indifferente che mai cuore umano abbia potuto gettare. Eh, sì, e me ne vengono ora i brividi, sapeva e non diceva.

L’ho superato solo con la tecnica della rescissione netta e definitiva: non più una sillaba sul banco e ho tappato le orecchie ad ogni minima voce su quello lì.
L’avevo superato. Ma poi, a dire il vero, già dallo scorso anno, per prima cosa ho iniziato a vederlo al catechismo. Si è presentato lui.
Niente di che. Ma io ho gusti difficili, se non sei quella cosa che vedi strana, un campo di girasoli in mezzo ad una pianura grigia, ma anche una cosa più banale, più stupida e solitaria, che quasi ti fa pena, chessò, un covone, uno solo, nel bel mezzo di un prato sterminato, se non sei questo, non ti noto.
Lui non assomigliava a niente che potesse stagliarsi in nessuna pianura o deserto, grande o piccola che fosse, ma comunque neanch’io pensavo di piacergli, perché io ho sempre questi pensieri così disfattisti su di me.
Insomma, quest’anno al catechismo lui c’è ancora, perché per la cresima bisogna andare due anni, anche se non siamo dello stesso gruppo di catechesi, ma questo accadeva anche l’anno scorso, è ovvio, altrimenti lo avrei già da tempo conosciuto bene.
Io, fino a qualche settimana fa, avevo perfino ancora il dubbio che lui non avesse del tutto capito che fossi proprio io quella del banco, perché i ragazzi della mia età sono un po’ tutti così (tranne Mario e Massimiliano, nel mio caso, per forza) cioè che fanno sempre gli indifferenti. Ma è un’indifferenza strana, non affascinante, è viceversa un’imbranataggine, più che altro, o almeno io intuisco che è così. E poi, tutto d’un tratto, fanno una cosa sopra le righe, una cosa eccessiva, e allora io capisco che no, non è stato un momento di coraggio, tipo carpe diem, ma una specie di disperazione.
Forse loro, quelli così (e ripeto che sono quasi tutti così) hanno trattenuto tanto a lungo e ancora ancora ancora, che, alla fine, esasperati, verso se stessi, mica verso il mondo, anzi verso la loro stessa goffaggine, la risolvono nell’azione esagerata che non azzera il loro sembrarmi goffi, anzi è il momento in cui lo sono senza ombra di dubbio, il trionfo del loro essere loro. E non è che questo atto sia per forza di cose, di per sé, un qualcosa di eccezionale, e proprio per questo è il più goffo di tutti i loro atti, che non sono comunque affatto poco goffi.

Dunque una sera, finito il catechismo, (ora mi tocca dirlo il suo nome) Massimo si avvicina a me che parlavo con altri, senza dire nulla. Intendo nulla di attinente con quello che lui avrebbe fatto un secondo dopo, cioè staccarsi dal gruppo nel momento in cui mi sono staccata io, per andarmene via, e affiancarsi, nella via, a me.
E allora camminando come al solito lungo il marciapiede che mi porta a casa, me lo ritrovo come se nulla fosse accanto, stessi passi, stessa strada, stesso silenzio. Io provo imbarazzo e gli chiedo dove vada. Lui non è che mi risponde, come sarebbe stato bene fare, a mo’ di rimedio: “Ti sto accompagnando a casa.”. Il che gli avrebbe fatto guadagnare maggiore considerazione; no, lui risponde: – Vengo con te. -.
C’è una leggera ma determinante differenza tra le due espressioni. La seconda non è vaga per il motivo che lui non sapesse o fosse incerto. E’ vaga perché non era capace di essere sincero. E a me la sincerità interessa. E’ una cosa che non so spiegare perché io l’attribuisco anche alle cose, come la sincerità del covone che ha il coraggio di stare da solo in mezzo al piano, oltre che alle persone, come del tizio che suona sbronzo o di Mario che non si accorge di aver fatto a pugni con un suo amico.
Insomma, fingeva, e così mi diede noia.
Ma anche imbarazzo, perché a me la noia e l’imbarazzo vengono sempre insieme, cioè l’imbarazzo mi annoia perché mi viene se ce l’hanno gli altri, secondo quel fenomeno che gli studiosi spiegano molto bene e non sto quindi a perderci tempo, e gli altri – quelli della mia età dovrei specificare – lo provano in continuazione.
Allora io, più imbarazzata che mai, quasi ormai sconvolta dalla pietà per lui, vedendo che, camminando, era ancora al mio fianco e non parlava, feci: – Guarda che io sto andando a casa. -.
E lui: – Dove abiti? -.
E io: – Non ho voglia di dirtelo. -.
E lui niente.
E poi siamo arrivati di fronte alla cancellata del condominio e a me scocciava che vedesse che abito proprio lì e poi ne avevo come una strana paura, non so, come se fosse una specie di maniaco.
Comunque non potevo fare altrimenti e allora gli ho detto: – Io sono arrivata, ciao. – .
Che razza di modo di corteggiare una ragazza, però.

Ora mi sento in colpa perché sabato scorso, l’ultima volta che sono andata al catechismo, appena finita la lezione, sono uscita dalla palazzina dietro la chiesa senza salutare nessuno e mi sono messa a correre. Ma proprio a correre pazzamente e nel giro di cinque minuti ero già al cancello di casa mia.
Mi pareva che dietro avessi chissà che mostro inseguitore. Sta di fatto, che per fare davvero in fretta, non mi sono voltata neanche una volta e non so neppure se lui mi abbia visto almeno per un secondo.
Comunque, il fatto che io non l’abbia visto mi dà l’incoraggiante sospetto che non m’abbia visto manco lui.

Sotto l’imbecille sguardo di una pertica, Massimiliano mi chiese, in palestra, in prima media: – Perché i ragazzi e le ragazze devono far ginnastica separatamente? -.
Un attimo prima che la professoressa urlasse: – Massimiliano! Raggiungi immediatamente i tuoi compagni! -.
Si allontanò guardandomi, disperato, al punto che io arrivai a dirgli (errore imperdonabile), prima che sparisse dietro la vetrata: – Dai, tanto abbiamo tutto il pomeriggio per vederci… -.
Mi invitò a casa sua quel giorno stesso.
In verità fu la sorella ad invitarmi, perché io ero e sono amica di sua sorella, che è anche la mia compagna di banco, ma non è che siano gemelli, è che lui era stato bocciato l’anno prima. E lei non aveva invitato solo me, ma anche le altre quattro nostre compagne con cui ci si vedeva i pomeriggi di libertà. Ci invitava spesso, solo che stavolta Massimiliano aveva fatto sapere che ci sarebbe stato pure lui e poi quel giorno la loro mamma cominciò, appena mi vide e mi ebbe abbracciata e baciata, e solo me, tra le altre, e oltremodo calorosa: – Oh, Bianca, come è innamorato Massimiliano… Non sai che storie ci fa, Bianca qui, Bianca lì, è come impazzito! -. E sua sorella tutta a ribadire che sì, non si teneva più, che non lo fai ragionare, eccetera, eccetera.
E io ero più che altro incredula.
Mentre aspettavo, infatti, l’imminente arrivo di Massimiliano, chiesi con terrore alla signora: – Devo fare qualcosa? -, come quella debole a quella forte, complici di fronte a un pazzo.
E meno male che non ha iniziato a dirmi cose tipo “sii gentile”. Sarebbe stata una catastrofe.
Perché, che vuol dire questa cosa del “sii gentile”, a una ragazza? Cos’ è che devi ottenere da lui, regali, amore, fama? Magari. In realtà credo lo sappiano tutti che il “sii gentile”, il suo tono, poi, ha sempre qualcosa a che fare con “guarda, che se non sei gentile, poi quello si arrabbia.”.
Insomma, l’ho detto, se Massimo mi pare strano, questo mi pareva pazzo.
Altro che il covone da solo o il polletto ubriaco (pura nostalgia) e neanche lo pseudomaniaco, ma un maniaco vero, uno che è dolcissimo, e poi, se si arrabbia, ti aspetta sotto casa con un punteruolo in mano.
E pazza tutta la famiglia, che si coccolava il ciccione che si lagnava tutto il giorno.
Come fa, tra l’altro, mi chiedo, uno, a tutte le ore del giorno a nominare una ragazza di nemmeno dodici anni, anche se lui non ne ha ancora tredici? Anzi, appunto. Hai quasi tredici anni, sei un bambino, praticamente, ancora tutto grasso e agitato come i bambini troppo vezzeggiati, e ti metti a far diventare ridicole le cose che la tua età può tranquillamente giustificare?
La paura, a dire il vero, mi passò, al pensiero che si trattasse appunto in fondo di un bambino, perché, va bene, pazzo perché fondamentalmente ancora un bambino, ma lo stesso bambino pazzo, forse il punteruolo ancora non lo sa usare, neanche in quel modo lì, per uccidere bambine.
Passata la paura, ecco il senso di colpa.
E’ sempre così, con me. O l’una o l’altro.
Fortuna che poi ho conosciuto Mario o, molto prima, Lorenzo Galante, quando ero davvero piccola, prima elementare, ma di lui, di Lorenzo Galante (che bello che tutti a casa lo chiamassimo sempre così, col cognome), parlerò dopo.

Francesca era la mia migliore amica e stava per fidanzarsi con Marco, che era il migliore amico di Massimiliano.
– Sai che bello – un giorno mi disse – se vi mettete insieme, così usciamo noi quattro! -.
– Ma non mi piace. -.
– Che ti importa, lo facciamo per gioco. -.
Io, che a quel tempo facevo troppo ciò che mi si diceva, e pensando che mai potessero consigliarmi male, gli altri, mi sentii tranquilla e fiduciosa sulla mia brutta azione, e la ascoltai.
Massimiliano era come quei ragazzi molto romantici. Tramite sua sorella, ricevevo da lui delle lettere che poi lettere non erano, ma fogli pieni di frasine tipo “Vola colomba…” e anche disegnini di cuori e tutte cose così, che mi sgomentavano. E anche tanti piccoli regali, quelli tipo lo Snoopy di ceramica e il braccialetto di latta.
Poi lui e Marco accompagnavano fino a casa mia Francesca e me, che ci trovavamo entrambe in strade diverse dalle loro, opposte, proprio a destra e a sinistra della scuola.
E questo fatto che quelli, tutti i giorni, prendessero apposta la direzione contraria alla loro, questo fatto era incomprensibile. Per non voler dire inquietante, altrimenti sembrerebbe davvero che tutto mi facesse paura. Comunque, a parte il fatto che non era proprio tutto, ora è come allora, quindi non è questione di un tempo passato e uno presente.
Davanti alla cancellata del mio palazzo, ma dall’altra parte della strada, dove c’è pochissimo spazio, neanche un marciapiede vero e proprio, ma un po’ di polvere, cioè asfalto sbriciolato e muretti di quelli vecchi, come in un paese, e un cancelletto tra essi, che serve a entrare all’osteria, più paesana che mai, proprio lì, in mezzo alla città e a tutte le macchine che ronzano sempre intorno, questi due ogni santo giorno ci chiedevano il saluto col bacio e io non ricordo bene se ci chiedevano il bacio sulla bocca e noi dicevamo di no, oppure ce lo chiedevano mentre noi sapevamo che scherzavano, e ammiccando complici tra noi, glielo davamo sulla guancia (o ce lo facevamo dare sulla guancia) come se nulla fosse, oppure non ce lo chiedevano affatto, ma noi sapevamo già che era ciò che volevano e quindi ci comportavamo sempre come se volessero quello, e noi, sempre complici e ammiccanti, era come se dicessimo di no.
Che poi anche Francesca si trovasse bene a fare così, è qualcosa che mi lascia contenta. Avrei pensato, allora, che fosse una cosa più che altro da me.

Ovviamente ci invitavano anche il pomeriggio, soprattutto Marco, perché era più vicino, e la sua casa era più spaziosa. Forse anche perché a casa sua non c’era la mia compagna di banco, cioè la sorella di Massimiliano. E a me andava bene, anche perché, oltre a sua sorella, mancava anche sua madre, il che era per me senz’altro meglio.
E allora Marco ci offrì una volta il tè. E questa azione mi sorprese perché a casa di amici se ne era spesso parlato ma non era mai stato offerto il tè veramente.
Io non l’avevo mai bevuto neanche a casa mia. Ma proprio mai. Tant’è che io non immaginavo che bastasse un attimo perché un biscotto secco (a dire il vero non sapevo neanche che esistessero i biscotti secchi) si ammollasse completamente nel giro di un secondo.
Il mio primo biscotto lo mangiai. Il secondo lo immersi, come vidi far tutti, e lo posai sul piattino, lasciandolo per dopo. Mi dovevo riprendere alcuni minuti.
Non so a cosa si scherzasse tra i maschi. Io e Francesca intanto scherzavamo tra noi.
Allora Marco o Massimiliano, non ricordo, cominciò a sparecchiare, pensando che tutti avessimo finito, ma io non avevo finito, avendo ancora la tazza del tè piena e avendo mangiato solo un biscotto. Per me finire significa lasciare tazze, piatti, eccetera vuoti, ma lui evidentemente era abituato in maniera diversa.
Quindi prese con sicurezza il biscotto, che in effetti, all’apparenza, era bello solido e compatto. Io stessa non avevo immaginato tanto. Non avevo mai sperimentato l’effetto che fa il tè su un biscotto secco, anche se immerso solo per pochi attimi.
I ragazzi iniziarono a ridere tra loro ed io me ne vergognai, anche se era evidente che loro ridessero del gesto ridicolo di Marco/Massimiliano, che aveva schiacciato tra le dita un rettangolino del tutto molle.
Intanto io, dichiarando di voler finire il mio tè e i miei biscotti e mentre mi preparavo così ad affrontare di nuovo quel sapore inutile, aspettavo sempre di più il giorno stabilito in cui avrei lasciato il mio grasso fidanzato.

Mario ha deciso di regalarmi la sua bicicletta.
Io l’ho avvertito: – A cosa mi serve una bicicletta se qui è tutto salite? -.
– La Pineta Sacchetti è dritta. -, fa lui.
– Sì, ma è piena di macchine, lunga, stretta e trafficatissima, non è il posto ideale per le biciclette. -.
– Ma tu ci sai andare? -.
– Se io so andare in bicicletta? Bello mio, allora ancora non mi conosci affatto! Nella corsa io sono la più veloce della classe. Nuoto di gran lunga meglio di tutti i miei amici del mare (senza che nessuno mi abbia mai insegnato e senza essere mai stata in piscina) e sono la più spericolata e sicura ciclista che conosca.
– Quanti ciclisti conosci? -.
– Sei cambiato. -, faccio io.

La gentilezza di Mario vaga errabonda, leggera e del tutto distratta. Poi si ferma all’improvviso e si pianta dritta davanti agli occhi e senza parlare ti dice: – Io sono la gentilezza. -.
E tu non puoi altro che rispondere dentro di te: – Ok, che sia quel che deve essere. -.
Iniziata la scuola, lui mi fa : – Ora che sei tornata dal mare e sei abbronzata, ti ho fatto un regalo. Ho potuto? -.
– Sì, hai potuto (beh, dipende…). Ma cosa c’entra che sono abbronzata? -.
– E’ un cappello di paglia. Bianco. Ti ripara dal sole, non ne hai più bisogno, ora. Ma sta bene con l’abbronzatura. -.
Un paio di giorni dopo: – Ho chiesto a mia madre se puoi venire a pranzo da me, la prossima settimana. Lei non ci sarà. Ho potuto? -.
A Mario piace cucinare. Non credo lo sappia fare, però. Ma è bello ascoltare quando descrive per filo e per segno ciò che c’è da fare, perché rende complicatissima una cosa che ho il sospetto sia semplice, cioè semplice proprio nel senso di priva di grande inventiva e di grande sapore.
Perché Mario si entusiasma sempre per poco, anche in cucina.
– Chi è stato il tuo primo amore? -. Non mi chiede se ha potuto chiedermelo e io comprendo che c’è qualcosa nell’aria.
– Avevo sei anni. Lui, invece, era un adulto. -.
– Sei anni? -. Sgrana gli occhi.
– Guarda che è una cosa piuttosto comune. -.
– E chi sarebbe lo scienziato che ti ha illuminato a riguardo? -.
Ecco l’aria del nostro secondo litigio.

In effetti avevo sei anni e una sera mi annunciarono con grande gioia che era arrivato Lorenzo Galante, ed io ero felice sia perché c’era lui sia perché tutti mostravano di sapere che ero felice (anche se non sapevo come), e anche lui dimostrò di saperlo, quando dal basso lo vidi spuntare dalla cima delle scale per le camere da letto (quando ci fosse arrivato, non so) in un modo tale che sembrasse che tutti, lui compreso, avessero fatto il possibile perché lo vedessi proprio in quel momento.
E mi sorrise e cercava di far trasparire davvero bene quanto fosse contento, e questa sua sollecitudine riguardo tale fatto scorreva via così delicata che provai quella che ora chiamerei tenerezza nei suoi riguardi. E allora, ecco, mi sembrò che da quel momento l’avessi scelto per me e mi sarebbe sempre piaciuto.
Ma allora, com’era che tutti, ma proprio tutti e ci includo me stessa, si era pieni di gioia che lui mi incontrasse proprio allora, ed a me e a lui, oltretutto, garbasse così tanto che tutto ciò trapelasse dai nostri cuori?
Per forza di cose doveva piacermi già da prima, anche se da quando non si sa.
Comunque, lo vidi scendere dalle scale con lo sconvolgente nero dei baffi e con tutto quell’essere già adulto; insomma, col suo essere uomo.
E poi, scese le scale con un’altra cosa ancora, quella cosa che gli curvava quasi le spalle quanto era grande, quella immensa, smisurata gentilezza, quella cosa con cui il suo cognome calzava talmente a pennello che io ero certa fosse per quello che a casa mia si dicesse sempre così, per nominarlo – pur conoscendo noi tutti quel solo Lorenzo – : “Lorenzo Galante”.

E il culmine della sua gentilezza lo avvertii a Natale coi regali.
C’è stata in primo luogo corrispondenza (non di lettere, intendo, sto usando una significativa metafora) tra me e Lorenzo Galante, la notte di Natale. Corrispondenza tra una bambina di sei anni e un uomo di… insomma sui quaranta.
Voglio dire, cioè, che ci fu ciò di cui ho appena parlato, avvenuto in cima e in fondo alle scale interne di casa mia.
Lui voleva, infatti, che capissi qualcosa di lui e il suo sentimento era che capissi qualcosa di lui, per via della sua tenerezza, è ovvio. E io capivo che lui voleva che capissi quello, e stavo al gioco e provavo a mia volta tenerezza per lui.
E mentre quindi accadeva che la sua tenerezza mi facesse tenerezza, cominciammo a scartare i regali.
C’era una confusione tremenda perché noi siamo tanti e i nostri genitori ci regalano piccoli doni, di poco valore, ma tanti. I pacchetti erano mille e ognuno urlava di entusiasmo mentre scartava.
Qualcuno mise i miei vicino a me, nella parte più libera della stanza, cioè quella sgombra di mobili e oggetti inutili. E anche dei regali degli altri.
Ecco perché quando Lorenzo Galante mi si avvicinò, ci ritrovammo piacevolmente appartati. E fu molto bello, per me, sapere che lui avesse pensato proprio a questo, che tra tutti avesse preferito la più piccola, l’invisibile Bianca.
E iniziammo così a scartare i miei doni, fino a giungere allo straordinario momento del diario segreto.
Lui voleva spiegarmi a cosa servisse, e benché io lo sapessi benissimo, mi guardai bene dal rivelarglielo.
Viceversa lasciai che lui si dilungasse nelle spiegazioni e che sentisse quasi il profumo delle mie labbra che pendevano dalle sue.
E fu così che per la prima volta nella mia vita provai quel tempismo tutto paziente, per cui tu, senza calcoli e senza volerlo, governi a tuo piacimento il tempo che scorre, e sai, già da prima che accada, quanto durerà una cosa e quanto addirittura essa dovrà durare, sentendoti, così, creatore del mondo, anche se solo del tuo piccolo mondo. E questo è stato sempre, finché Lorenzo Galante pian piano è svanito da un ordine vero e proprio di ricordi; che poi questo “sempre” consiste – almeno nelle immagini che riguardano lui – nelle sere in cui veniva per i concerti di musica classica (ascoltati allo stereo), che mio padre organizzava per gli amici, e in me che non vedevo quel dolce uomo, ma sapevo che c’era, e il non vederlo non mi disturbava affatto, perché era ancora più bello, per me, quelle sere, sentire i rumori lontani ed essere sola, cioè il non partecipare, io, a cose che ci sono o – dal loro punto di vista – il sapere, esse, che sono presenti altre cose estranee.

E quindi, in prima media, proprio all’inizio di questi troppo misteriosi anni ottanta, arrivò il giorno in cui mi feci coraggio per lasciare Massimiliano, anche se fu solo un coraggio nelle mie illusioni, avendo io incaricato Francesca di questo, perché coglievo al balzo la sua intenzione di far lo stesso con Marco.
Ecco, allora, che Marco e Massimiliano decisero di farci la guerra.
Ci canzonavano non appena io e lei ci avvicinavamo al gruppo: – Ecco le brutte! Ecco le puttane! -. E Massimo pretese tutti i regalini indietro.
Do la mia parola che non mi offendevo, quasi ero orgogliosa, invece, di tutta l’importanza di cui in fondo stavo godendo tra gli amici. Io puttana a undici anni! E dopo gli eccessi sulla mia bellezza, per mesi, del povero ragazzo, arrivare ad urlarmi “brutta” ad ogni mia apparizione…
Ma ciò dava a tutti gli eccessi, proprio presi in se stessi, la loro parte di verità e che io non avrei mai immaginato al tempo delle frasettine sui biglietti coi cuori, anche se non intuivo ancora chissà che amore, è ovvio, perché ne avevo un’idea così vaga che sarebbe stata anche nulla se non fosse stato per Lorenzo Galante, e quella la giudicavo solo una parola ridicola, da affibbiare alle frasette idiote dei bigliettini degli altri, delle quali, tra l’altro, come dei biscotti secchi, io, prima, mai avevo sentito parlare.
Ma lo dirò, ho pure pianto una volta, proprio in classe e davanti alla supplente di inglese, vai a capire se per il gusto di impietosire lei o per quella verità di un pazzo, la quale cominciava, chissà perché, a farmi male.

Mario, alle volte, mi ha contraddetto o corretto di malavoglia, perché doveva proprio esprimere ciò che pensava, come una cosa scaturita da un’amarezza troppo forte.
E così è successo anche la volta in cui un mio professore (quello che vuole sempre riuscire simpatico agli alunni, facendo loro scherzi, oppure abbracciandone le spalle e tirandoseli a sé, quasi con dolore, ma che perde le staffe ogni due minuti, e, quando accade, urla) mi aveva gridato addosso per chissà cosa.
– Non c’è niente di più odioso dei professori che alzano la voce. -, constatai, mentre Mario mi riaccompagnava a casa.
– I genitori. -, lo sentii dire, dopo un’eternità.
– Cosa? -.
– Sì, i genitori che alzano la voce. -.
Come lo sapesse, vista la calma di casa sua, non mi capacito. Intanto, allora, intuivo senza indugi che si riferisse ai miei.
– Pensi siano davvero così orribili? -.
Nessuna risposta, era meditabondo.
– Non è che loro siano urtati così spesso. Sai, la mia famiglia è alquanto caotica, rumorosa, siamo in troppi, è più facile che si perdano le staffe. -.
– Tipico. -, considerò, con quella sufficiente dose di narcisismo che ti prendi per sopravvivere.
Lui dice spesso “tipico” e questa è una delle sue espressioni poco originali, ma che la parola stessa riscatta, perché quando qualcuno rileva che qualcosa è tipico – nei comportamenti umani – io ho sempre un brivido.
– Tipico cosa? -.
– Questo. Questo fatto della tua famiglia rumorosa in cui si perdono le staffe. -. Poi si è girato, guardandomi col pallore di quando sei felice: – Ma ora hai me. – E mi ha ricordato immediatamente l’invito a pranzo.

In effetti Mario la brocca non la perde mai, anche quando fa a pugni e, come mi pare di aver già detto, ha un suo modo di arrabbiarsi. Con le ragazze non può proprio farlo sul serio, avendone troppa simpatia, mentre con gli amici o i ragazzi del quartiere – ad esempio quelli del “Brutta checca” – lui litiga spesso, ma non si offende mai e gli altri si stancano presto.
Col sangue che versa dal naso, lui si preme col fazzoletto mentre gli altri lo deridono: “Poverina, non c’è mammina che ti pulisce il muso?”. Lui continua col fazzoletto e loro se ne vanno come stanchi da una lunga giornata e – io penso – con la vaga idea che ad essere derisi siano loro.
– Sei stata una cosa nuova per me. -, mi ha detto subito dopo, prima di prendere insieme l’ascensore.
Lo guardo interrogativa.
– Uno conosce delle ragazze, tutte belle, spettacolari, quando gli capita una ragazza bella nelle cose un po’ astratte… -.
L’ascensore sale e si vede il muro sporco e scrostato tra un piano e l’altro. Ci vorrebbero le porte non trasparenti, come in tutti gli ascensori di questa città.
Io e Mario dobbiamo giungere all’ultimo piano, perché il caos di dove abito è lì.
– Scommetto che in altri modi non sai dire. -, gli faccio alla fine.
– Scommessa vinta. -, e sorride.
E’ quel modo che però non mi delude, se non mi confessa che mi trova semplicemente bella, e lascio per questo che decida lui di salire ancora più in alto, ma questa volta solo con le scale – perché l’ascensore non vi arriva – per il terrazzo che fa da tetto al palazzo. C’è un vento abbastanza forte e il solito sole troppo caldo e luminoso di Roma.
– Torniamo giù. -, ordina lui, scontento. E io obbedisco.

Il pranzo con Mario a casa sua non è stato malaccio. Ho assistito alla preparazione del suo famoso pollo con le carote che è durata trentacinque minuti ed è consistita nel tirar fuori dal surgelatore due cosce belle grosse, nel metterle direttamente in padella assieme a pezzetti di carota con un po’ d’acqua a fuoco lento per venti minuti e alla fine nell’alzare il gas cinque minuti perché il tutto si abbrustolisse meglio. Si mangiava più o meno come a casa mia, anche se lì mai con le carote.
Ha posato le porzioni in piatti con un uccellino giallo disegnato al centro, credo un pulcino, e una discreta quantità di fiorellini celesti tutt’intorno. Mi ha porto il piatto troppo sollecito, così tanto gentile che ho tremato e mi stava per cadere il piatto dalle mani, figurandomi cosa sarebbe nel caso accaduto e concludendo che certamente avrei pianto per tutto il pomeriggio, facendo così scempio della mia felicità.

Ho avuto per l’appunto coraggio, per confessare a Mario certe mie mancanze di coraggio. Ad esempio gli ho parlato di Massimo, delle conversazioni via banco, della corsa e di tutto.
– Insomma, che hai coi ragazzi? -, mi chiede lui.
– “Insomma”? Perché questo “insomma”? E cosa significa poi “cosa ho”? -. Sono ferita dal senso non chiaro o del tutto secondario di tre parole. – Per caso altre volte ho avuto “qualcosa” coi ragazzi, per cui tu inizi la tua frase così? E continui col “qualcosa” stesso, che io avrei, e non le altre? -.
Mario è mortificato, non voleva turbarmi. Cioè, questo mi ha detto immediatamente. E subito dopo: – Sei così inesorabile coi ragazzi. -.
Pur chiedendomi spazientita se lo faccia apposta a farmi capire ancora meno, decido che non sarò nervosa.
– “Inesorabile” perché non voglio farmi accompagnare a casa? “Inesorabile” perché ho paura? -, chiedo, estremamente calma.
– La paura mi sembra inesorabile. -.

Abbiamo parlato di varie cose, dopo questa conversazione. Eravamo in un posto assurdo, una specie di cartoleria, dove però si vendono oggetti di svariato genere, per lo più giochi di poco conto per ragazzini, e una montagna di album per le figurine. E noi dovevamo comprare appunto quelle. Ed è un luogo così piccolo che se entrano due clienti, coloro che arrivano dopo sono obbligati ad aspettare fuori e fuori c’è una panchina che forse è stata messa proprio per quelli rimasti fuori e quello abbiamo fatto appunto Mario ed io, visto che il negozio era già occupato, sedendoci lì, e allora ho iniziato a parlare e abbiamo discorso di un sacco di cose, dopo ciò che riguarda me e i ragazzi, e così la gente entrava e usciva in continuazione e noi abbiamo perso cento volte il nostro turno.
Mario mi ha poi comprato una matita, perché io ne faccio la collezione, per poi chiedermi se avesse potuto. E’ tutta bianca per via del mio nome, mi ha detto, come il cappello che in quel momento portavo in testa, e che, poiché si era levato un venticello appena sufficiente a scoperchiartelo, decisi di levare e di tenermelo in mano.
– Certo che hai potuto. -, ho risposto, e ce ne siamo andati lungo il marciapiede disastrato.
Proprio mentre lo prendevo per quella mano che gli sudava dall’entusiasmo ed il mio cappello, nella fretta del gesto, cadeva a terra e veniva prontamente raccolto da tutti e due, è stato come se sentissi la mia eco. E ogni volta che ciò mi accade, non posso non fermarmi anche a considerarne, per intuito o una cosa del genere, l’assonanza o dissonanza, di volta in volta, con la mia presente tristezza, o felicità.

[Estate 2013.Terminato il 27 aprile 2014. Inedito]

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