Aprire a caso Gabriella Maleti

Fotografia di Gabriella Maleti

Gabriella Maleti è poeta che si apre a caso. Quando ho voglia di leggere qualcosa che mi sorprenda e che mi dia un conforto estetico ed emotivo, io apro a caso un libro di poesie di Gabriella Maleti ed è impossibile che resti delusa o indifferente.
Gabriella Maleti nacque nel modenese nel 1942. Visse a Firenze a partire dal 1981. Fu fotografa e videomaker, redattrice di riviste letterarie (“Salvo imprevisti”, “L ‘area di Broca”), fondatrice, insieme a Mariella Bettarini, della casa editrice fiorentina Edizioni Gazebo.
Ha pubblicato vari volumi di poesia e narrativa, tra i quali il libro di versi Prima o poi (Gazebo, 2014), da cui traggo la poesia che presento oggi, che è una delle definizioni di quel ‘prima’ “inghiottito dalle tenebre” (1) che è il passato.
Gabriella Maleti ci ha lasciato nel 2016 dopo una breve malattia.
Ho avuto l’onore di conoscerla. Era una scrittrice geniale, dalla potenza straordinaria, che dovrebbe essere letta molto, ma molto di più, vista la paradossale fama di tanti narratori, di tanti poeti inutili; scrittrice che fu legata da un’amicizia viva, profonda alla mia amica più cara.

(1) Dalla citazione ad inizio libro, tratta da Thomas Bernhard, Gelo.

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Poi continuando.
La vetustà dei luoghi (se dopo tanto li rivedo),
l’incallita esegèsi della tolleranza,
la giacenza ibrida nei rifugi per vita e sopravita,
così parevano le case abitate da noi,
distrutte in un momento
con l’alterco di voci e redingote consumate,
il Sassolino come liquore,
l’Alchermes come integratore di chiacchiere
carnevalesche, che la madre, posta di sedere, arrotolava
e friggeva, friggeva,
pasta di marzo e di uova, preda palatale e fragrante.

Che rimane se non la visione calcificata di guai e
male alle orecchie per infezioni d’interni,
un filo di susseguenti cose,
nel trito orrore di una specie umana che si trovava là,
proprio là, guardate: un gigantesco grumo di carni
portato dal vento in luoghi di specie
dove era così e nient’altro,
dove l’altro era mota, sì, e
sovravisione di come tre potessero cambiare,
disfare in un secondo ciò che natura aveva creato.
Infatti i tre erano nati con gambe, mani, braccia, piedi, ecc.
Avevano olfatto e gusto.
Come si fa a replicare duramente alle proprie mani?
Dire: perché ci siete? Chi vi voleva?
E ai piedi: perché sieie venuti?
Ma erano lì, i tre, con tutto quello che serve.
Oramai qui, depositati. Defenestrati.
“Andate in malora” era stato loro detto.
“Andate a farvi fottere”.
Così, un po’ accatastati, molto mortali,
hanno fatto quello che potevano.
Si sono spintonati, strappati i capelli,
avulse le gioie dal cuore.

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