Agnese

Augusto Cantamessa, O mondo che ti sei fatto muto.

 

E il mio pensiero non era anch’esso come un altro asilo,  nel fondo del quale sentivo di stare internato, anche per  osservare ciò che avveniva di fuori? Quando vedevo un oggetto esteriore, la coscienza che io lo vedevo rimaneva tra me e lui, lo costurava d’un sottile orlato spirituale che m’impediva di toccarne mai la materia direttamente;  essa si volatilizzava in certo modo prima ch’io ne prendessi contatto, come un corpo incandescente che si avvicina ad un oggetto bagnato, non tocca la sua umidità perché si fa sempre procedere da una zona d’evaporazione.

Marcel Proust, La strada di Swann

 

Fino all’ultima frazione di secondo mi è caro che con la distruzione […] egli continui a dar fondo, per e in una esaltazione – che significa elevazione – via via maggiore,  all’essere sociale, alle scorie da cui emergerà il più fulgido diamante; la solitudine, o santità, cioè di nuovo il gioco della sua incontrollabile, scintillante, insopportabile libertà.

Jean Genet, Pompe funebri

 

 […] ci dicono che dobbiamo smetterla di odiare così fortemente la nostra stessa persona. Ma per liberarci di questo odio, per liberarci del senso di colpa, del senso di panico, del silenzio, ci viene suggerito di vivere secondo natura, di abbandonarci al nostro istinto, di seguire il nostro puro piacere: di fare della nostra vita una pura scelta. Ma fare della vita una pura scelta non è vivere secondo natura: è vivere contro natura, perché all’uomo non è dato scegliere sempre: l’uomo non ha scelto l’ora della sua nascita, non il proprio viso, né i propri genitori, né la propria infanzia[…]. L’uomo non può che accettare il proprio viso così come non può che accettare il suo proprio destino: e la sola scelta che gli è consentita è la scelta fra il bene e il male, fra il giusto e l’ingiusto, fra la verità e la menzogna.

Natalia Ginzburg, Le piccole virù

 

 

Dalla sera della vergogna la gioia era stata come l’ora del crepuscolo, l’atto gentile di un moribondo.
Quel giorno Agnese uscì presto, subito dopo pranzo, ed incontrò i soliti ragazzi nella piazza deserta. Le voci dei vecchi al bar somigliavano al silenzio e alla campana della chiesa, presenze robuste, ma anche leggère, perché giungevano all’udito dall’eterna vita del paese.
Franco invece non veniva più, o girava alla larga. A volte si scorgeva da lontano, all’altro bar, quello dei turisti, con la sala da giochi e il biliardino.
C’era andata più spesso qualche anno prima, a tredici anni, e anche a quei tempi era l’unica femmina in mezzo ai ragazzi, a parte Lavinia, che però proprio lei ce l’aveva portata. Facevano sempre due compagni contro due compagne, al biliardino, e lei giocava con una mano sola e rullava all’impazzata gli omini. Allora gli avversari non capivano più nulla e Agnese segnava una marea di gol. Loro si arrabbiavano, ma mai protestarono che così non si poteva fare, che non valeva. Mai se la presero con lei. Ma inveivano tutte le volte contro la sfortuna che li mandava a sfidare l’eterno vincitore.
Eppure erano loro i maschi del paese, quelli che passavano la vita a fare queste cose, quelli che scoprivano presto la durezza in ferocia e allegria, avrebbe detto Pasolini.

Agnese raggiunse la panchina. La luce era assoluta. Il caldo era secco, e non ci si faceva caso a quell’età.
Si sedette sulla cresta della spalliera, come gli altri, i piedi sopra le bande di ferro della seduta. I maschi iniziarono a parlarsi in calabrese e non si capiva un granché, specie perché anche stavolta loro erano accesi, e pareva litigassero. Lei ascoltava e basta.
E intanto forse avrebbe potuto dir bello ciò che aveva raggiunto in quella prima metà d’estate, ed essere anche lì, coi ragazzi, corteggiata e allo stesso tempo una di loro, come quando si discuteva di calcio e lei non sopportava che fossero tutti juventini e ne parlava come un ragazzo. O come quando si era giocato al biliardino.
Ma certe cose belle stanno strette a tante sedicenni, molto prima ancora che si siano mai sentite felici.
Agnese tolse le unghie dalla bocca e strappò una foglia dall’albero che ombreggiava la panchina, e ci giocò, mentre dall’altra parte della piazza, vicino alla chiesa, si levava la voce di Franco che urlava, come sempre, perché il suo calabrese era il più rude di tutti e c’entrava poco col suo aspetto gracile e dolce, con l’altezza mediocre, i capelli biondi e gli occhi azzurri.
Lui si avvicinò alla panchina ed entrò nel discorso con gli altri, ignorando Agnese. Se ne andò poco dopo.
La piazza si rianimava, intanto, sommessamente, finché il volteggiare di uccelli e di voci umane avrebbe raggiunto il culmine del piacere paesano, il trionfo della sera. Se n’erano andate le due ore canoniche della pigra beatitudine di tutti i sedicenni, o giù di lì, che tutti i giorni uscivano il pomeriggio in piazza.
E Vincenzo arrivò con la moto che erano quasi le diciotto, e non appena si fu arrestato, Agnese salì dietro, senza dire niente. Ed invece lui, prima di ripartire un istante dopo, parlottò con i maschi, anche se il suo calabrese era quello finto dei forestieri.

Come sempre ai sedicenni, quella velocità non metteva paura.
Facevano avanti e indietro per i paesi sulla costa, dopo essere scesi giù per le aride colline dell’entroterra. Ed era chiaro che Vincenzo, come si sarebbe detto anche per lei, si annoiava, e per questo andavano e venivano correndo sulla moto.
Alle volte giravano per il paese, su e giù per le strade strette, e quel movimento a scatti contraeva ogni dilatazione fisica e mentale.
E pure si sapeva che lui lo faceva per farsi vedere dagli altri, perché i ragazzi lì erano tutti così, anche quelli che venivano solo per l’estate. Mostrarsi con Agnese era vantare la ragazza di Roma, biondissima, con gli occhi verdi e alta un chilometro, e così si vinceva la sfida.

C’erano spiagge ampie e deserte.
Lungo le coste sempre uguali, erano un nastro infinito di una bianchezza soave, l’orlo di un azzurro calmo, una pace lontana e tristissima.
Era la chiarità che immergeva tutto, una purezza delle immagini e dei sentimenti che concerneva anche le cose di Agnese, il suo pallido sforzo, il tocco trasparente delle sue mani sui fianchi di lui, il suo stesso nome.
Quanti giorni erano passati? Ogni giorno che finiva era sempre più vicino ad ogni altro della sua vita.

Vincenzo non era il solito ragazzo dell’estate nel misero paese in collina. Era nuovo per Agnese. Un mistero il perché non l’avesse mai visto, lei che lì la faceva da padrona.
Lui era un po’ più grande, è vero, e rivendicava la superiorità dell’altra piazza, quella di sotto, in fatto di mondanità. Tutti si erano sempre ritrovati lì. Ma tutti chi? Non certo quel nugolo di ragazzini come lei, che le stavano sempre intorno.
Lui poteva anche darsi che non fosse come gli altri, era navigato, era moderno. Meridionale, senza dubbio, ma di città. Non era bello, no, come certi di Roma, come il suo compagno del ginnasio. Ma Roma era un’altra cosa.

Erano ormai le venti, ma Vincenzo le chiese di sedersi ancora, lì, in piazza, ad una delle solite panchine sotto casa di lei e anche questa noia avrebbe potuto dirsi bella.
Agnese guardava davanti a sé, Vincenzo guardava lei. Non parlarono, ma loro non si parlavano mai.
Solo ad un certo punto capitò il fatto inconsueto di questo dialogo.
– Cosa ci troveranno in te… – Iniziò il ragazzo. La domanda e l’affermazione di un preludio.
– E’ quello che mi chiedo anch’io. –
– Non sei mica così bella… –
– Lo so. – Teneva ancora il volto fisso davanti a sé. Si sarebbe detto che non mentisse, facendo finta di mentire. Con indolenza.
Vincenzo aveva cominciato a toccarle i capelli, ed era un po’ come con gli altri…
– Tu mi piaci. -, le fece finalmente lui, secco.
– Ma smettila, non ci credo. -, provò la prima via lei.
– Davvero, Agnese, mi piaci. -, ribadì con calma, fermo, serio.
– E la tua ragazza a Palermo? -, affinò l’ arma.
– La mia ragazza c’era solo prima di conoscerti. -.
– Ma se hai appena detto che sono brutta! -, rise con nervosa disperazione.
– Ci si può innamorare anche di una brutta… -, restò alla battuta, rilassato.
Ma forse non era più aria per il fare svagato, forse si sarebbe spazientito, come capitava ai maschi con lei.
– Tu lo sai qual è la mia situazione… -.
Vincenzo restò in silenzio e passarono così minuti che Agnese mostrava di volere non finissero mai, ma alla fine il siciliano fece per alzarsi pregandola:
– Fa’ come se non ti avessi detto nulla. -.
Lo vide allontanarsi in immobilità disperata, e fu l’ora del crepuscolo.

C’era qualcosa di stanco in tutto quello che si muoveva o prendeva inizio, in Agnese e anche lì intorno, come negli scambi di parole, nelle gambe di quelli che ancora si aggiravano per la piazza prima del ritiro preserale, e così anche nelle ombre che si creavano sullo stesso viso della ragazza, perché lei stava incrinando la fronte e compiva allo stesso tempo il gesto di riordinare i capelli che vi si stavano azzuffando, lento, ma sudato e tremante; e a quella stanchezza Agnese pareva ancora una volta lasciare la sua soddisfazione per occuparsene così solo di sbieco, come di un po’ di tutto, anche fuori di lei, e come dell’equivoco appena alimentato.
E ci si poteva quindi accontentare di quella sola gioia, tanto più che la mattina seguente Vincenzo trovò la ragazza alla fermata della corriera per la marina e la fece salire sulla moto per portarla al lido.
La bellezza dello sterminato piano. Così pensava il poeta Sandor Petofi, contemplando la sua Ungheria. Ma non importa che una spiaggia ed un mare della Magna Grecia abbiano quasi niente in comune con una fredda, orientale steppa, perché l’unico residuo che vi resta di prepotentemente luminoso e uguale a tutte le distese del mondo esalta la stessa identica solitudine di ciò che vi erge.
E tale perfetta desolazione (come dell’aratro tra la nebbia leggera nel campo mezzo grigio e mezzo nero) dell’unico edificio sulla sabbia nello spazio di chilometri – una specie di fortino bianco – ne magnificava la stessa identica libertà.
Agnese non ci andava mai, perché il lido era il corrispettivo al mare della piazza che piaceva a Vincenzo, quella dove secondo lui trovavi la roba moderna.
E invece anche al mare era lei quella che finiva in mezzo a chi contava. Perché da quelle parti era sempre stato così, anche quando era bambina (anche da quando era neonata) e con la famiglia non si stava al paese in collina, ma villeggiavano in affitto in una grande casa bianca sul mare. E questa era una delle quattro, cinque che davano direttamente sulla strada con accanto il suo lungomare polveroso e sempre deserto, a terminare il villaggio scrostato che era cresciuto sulla costa.
E in spiaggia andavano solo pochissime, storiche famiglie borghesi di turisti, frutto di una capricciosa migrazione intellettuale e i cui genitori erano legati da antiche amicizie.
E non poteva non dirsi che tutto quel mondo e il modo di essere di quella bambina non fossero scabri così come lo era quel paesaggio.
C’era però un punto, un momento, un sentimento esclusi da ogni altra realtà. Un nucleo selvaggio di fioritura perfetta. Il cibo per l’esiliato.
Era lo spettacolo mattutino. Esso, infatti, al contrario, appariva maestoso.

Agnese bambina bighellonava tra la strada e i secchi oleandri del lungomare, sempre scalza e orribilmente spettinata, una zingara bionda dalla gentile abbronzatura, e soprattutto solitaria.
Giocava con i bacarozzi neri che si vedevano sulla sabbia, là dove cresceva ancora, appena sotto il cemento del lungomare, qualche rado arbusto.
Imponeva loro mini gare di disorientata velocità o scalate erte su montagnole innalzate all’improvviso, proprio davanti al faticoso cammino degli insetti.
Una volta ne prese molti e li raccolse tutti in un barattolo. Non appena lo ebbe riempito, lo vuotò d’impeto sul pavimento sbiadito del lungomare e restò a contemplare quella chiazza nera che lentamente si allargava.
Quando faceva il bagno – erano i suoi cinque, sei o sette anni e forse era già accaduto il suo dramma infantile – era capace di ogni movimento, perché non aveva mai usato né ciambelle né braccioli e nessuno mai le aveva insegnato a nuotare. Non c’erano infatti compagni di giochi, e lì, sulla spiaggia, in generale, non è che ci fosse mai stato qualcuno a prendersi chissà che cura di lei. E così imparò da sola a scendere nel mare profondissimo, e a divertirsi con l’acqua e la sabbia. Si immergeva senza turarsi il naso e nuotava più spesso sott’acqua, in un modo simile con cui gli altri lo fanno in superficie. Poi usciva e non si sarebbe asciugata per nulla al mondo, men che meno sdraiata su un telo. Viceversa, si affrettava ad allontanarsi dalla battigia ghiaiata, e raggiungeva, scalza, la parte alta della spiaggia, quella cespugliosa. Lì finalmente due piaceri supremi si compenetravano, tant’è che l’uno non esisteva senza l’altro. La pelle fredda e bagnata si riscaldava e asciugava al sole, mentre Agnese parlava a se stessa ad alta voce, camminando lentamente e senza meta.
Passava un tempo incalcolabile e lei dimenticava l’unico gruppo di cinque e sei ombrelloni che, compatto, si scorgeva da lontano.

Quando Agnese aveva avuto nove anni e con la famiglia alloggiava ancora alla marina, erano venuti forestieri nuovi. Qualcuno di questi non era tanto più grande di lei e la bambina poté frequentarlo.
Quando un giorno Marco, che era uno di loro e aveva tredici anni, le chiese di mettersi con lui, Agnese acconsentì.
Allora lui l’accompagnava a casa tutti i tardo pomeriggi e le dava alla fine un piccolo bacio sulla guancia. Essere fidanzati era questo.
Poi arrivò settembre e per un anno la coppia non si sentì mai, ma quando giunse l’estate successiva, il ragazzo, appena la vide, le confidò che la trovava ancora più bella di prima, e così Agnese seppe che non era cambiato niente.
Poi accadde che una sera uno grande, uno di quelli che non si sapeva da dove fosse uscito fuori, uno delle campagne della marina, forse figlio di contadini o giù di lì, e che solo quell’anno si era deciso a frequentare i turisti, le aveva chiesto una passeggiata fino al termine del lungomare, dove finiva il cemento e iniziava un luogo indistinto, una specie di confine tra un vallone (il letto asciutto di una fiumara) e la spiaggia.
Le aveva domandato se le andasse di scendere con lui verso il mare, dove, buie e isolate, dormivano alcune barche. E non appena arrivati, le aveva chiesto un bacio, ma lei aveva detto di no. Poi, come se nulla fosse, Agnese gli propose di fare, insieme, uno scherzo agli altri del gruppo, che erano rimasti alla ringhiera del lungomare, nella parte dove c’era ancora gente. Avrebbero potuto raggiungere gli amici di nascosto, risalendo la spiaggia, e sbucare all’improvviso dal buio della sabbia, urlando loro qualcosa.
Il pomeriggio del giorno dopo Agnese passava sul lungomare e aveva visto su una panchina tre persone: Marco, un suo cugino più grande e il tizio della sera prima. Questo cugino da un po’ gironzolava sempre tra loro, quelli più piccoli, senza che se ne capisse il perché. Una volta Agnese lo aveva sentito dire che Marco non gli era simpatico e lei aveva trovato stupido che si occupasse di un ragazzino.
Sta di fatto che quel pomeriggio in cui passava davanti ai tre, appena li ebbe superati, il suo fidanzato l’aveva chiamata e raggiunta e le aveva chiesto dove fosse stata con quello. Ma prima che la bambina avesse potuto balbettare qualcosa, lui le riferì che sapeva che erano scesi in spiaggia di notte e le annunciò infine che era meglio lasciarsi.
Lei non reagì. Solamente, era andata a prendere la sua bici verde-pisello tutta sgangherata, sulla quale correva spericolata, senza appoggiare le mani al manubrio e senza ciabatte, e volò via coi suoi puri pensieri.
La macchinazione di questo cugino fu la cosa più cattiva che si possa escogitare.

Ma nulla di essenziale o rude vi era nell’esperienza che Agnese viveva ogni mattina, quando, dal primo momento in cui usciva in terrazzo, era abbagliata da un immenso mare scintillante.
Era come un coraggio, una cosa selvaggia che riguarda il corpo. Più nulla dietro le spalle, e di fronte, l’inesorabile, quando il sole, da tempo sorto dal mare senza isole, era ormai già abbastanza alto da avervi rovesciato tutta la sua potenza di luce.
E si entrava allora in quella visione come in un senso di fatale silenzio e di pace infinita, perché, anche se l’aria restava immobile, quasi un fremito, un dolce tremolio vibrava dai piccoli o sconfinati sentori di vita, il gridare lontano, gioioso, dei pochi bagnanti appena visibili in mezzo al bagliore; il ronzare di qualche lontanissimo motore di segatrice tra le campagne; la percezione calda di salsedine in una brezza quasi presente; la luce abbacinante sulla chiara e vivida distesa.
Ma restare entro i confini dell’apparizione non era ancora l’armonia della bambina. Bensì un desiderio si allargava all’orizzonte, qualcosa, insomma, che si apriva ed eccitava il calore che rende irresistibile il mare.
Agnese vagava scalza, col solo costume o spesso del tutto nuda, sul cemento tiepido dell’enorme terrazzo, in attesa di scendere in spiaggia. Ed indugiare rideva all’euforia in cui lo spettacolo grandioso si incarna come in un corpo mistico.

Vincenzo e Agnese al lido trovarono Leonardo, che era l’unico vero amico di lui, proveniente dal paese “di sopra”, a conoscere (lei molto poco) entrambi. Leonardo andava sempre lì e ciò gli dava un’aria molto borghese, e difatti, conoscendo bene Vincenzo, doveva aver frequentato la piazza di sotto, quella più moderna e forestiera.
– La bellezza di Agnese -, fece, appena li vide.
Mani orgogliose si sistemarono la minigonna.
Si chiacchierò, in italiano, al tavolino come di un bar all’aperto. E parevano già adulti e facevano le cose che fa la gente di città. E Vincenzo era quello di sempre. Sentivi e non sentivi rumori di voci dal nulla, e lo capivi che niente era finito.
– Cerchiamo di distrarre la povera Agnese -, scherzò Vincenzo – Ah, le pene d’amore… -.
Ma se da qualcosa pareva invece distratta, la romana, l’assenza prendeva il largo, piuttosto, da quelle stesse ingannate parole.
Agnese osservava, ingabbiati negli zoccoli bianchi, i grandi piedi, vicini ai suoi, dei due amici, e quando fu il momento di alzarsi, seguì Vincenzo alla moto, come se stesse seguendo un sortilegio.
Aggiunse un altro tassello al sollievo, così tenue come a quel tempo l’aveva conosciuto.
E poi alle tre fu di nuovo in piazza e vi trovò Memè che era sempre – e sempre tutto solo – lì, su una sedia fuori dal bar di sua madre, quello dei vecchi.
E quindi si sedettero sulla spalliera della panchina e stavano lì a non far nulla.
Poi cominciarono a venire anche gli altri, e allora Memè le mise un braccio intorno alle spalle e sembrava per niente vergognoso e all’antica come lo era stato quando si era dichiarato con lei qualche tempo prima, proprio il giorno in cui Agnese e Franco si erano messi insieme.
E i ragazzi, lì intorno, pareva che non vi vedessero nulla di strano. E c’era così da trovare di nuovo opprimente la pigra indifferenza di quel paese, lo strisciante non parlare di nulla e poi però conoscere tutto.
E davvero avresti detto che Memè non stesse sentendo il muscolo rigido dell’amica e con ogni evidenza non ricomponeva il suo azzardo.

Si preparava un palco lì in piazza, e colpi di lastre di legno secco sull’asfalto, una sull’altra, finivano tutti i gesti che alludevano ancora alle deboli situazioni del giorno prima.
Ma gli uomini silenziosi non sembravano insofferenti ai loro obblighi, muovendosi nell’incessante e ragionevole attenzione del lavoro.
Ne vedevi la sporcizia delle magliette lise e delle braccia appena abbronzate, e i capelli ricci – le cui striature ruggine scoloravano nella polvere – cadevano indifferenti sui colli tirati e fieri.
Lì ognuno obbediva ad un fato, non solo Agnese.
Lo facevano così gli operai del palco per la festa del santo patrono, come Memè che non sapeva la verità su di lei e Franco. Oppure non gli importava se loro non si piacevano più, perché lì funzionava così. Nient’altro da dire, e basta.
O come anche gli altri della panchina, la cui gentilezza di adolescenti delicati e ottusi blandiva senza vigore e freddamente una diversità implacabile, quella di Agnese.

– Stasera c’è la banda? -, chiese, come a svegliarli dall’infame torpore.
– Sì. -, rispose indifferente uno di loro, mentre lei si alzava con furia, staccandosi finalmente da Memè.
Invece quella sera non ci fu la banda, ma uno di quei gruppi che, imitando quelli famosi, feriscono le sere di festa.
E il silenzio era tornato tardi e allo stesso modo della noia si era fatto lacerante, e solo alle due del mattino Vincenzo l’aveva invitata in moto. E allora erano iniziati sia l’andirivieni di sempre sotto i tetti bassi, che la voglia violenta di un più incisivo sentire.
E c’era stato, al solito, qualche giro in più ed era passato davvero tanto tempo nell’insistenza che spingeva Vincenzo e Agnese (ma anche gli altri).
Ti figuravi l’andare avanti a testa bassa di Ciàula o lo stesso faticare discreto e scontroso degli uomini del pomeriggio, ché pareva fossero nati per quello senza manco chiedersi il perché.
Un sapere e non sapere, insomma, una nebbia che calava sulla stessa legge scritta che tutti si sentivano addosso, un destino dello stesso colore della terra.
Ed allora, per esempio, quando Agnese aveva sentito un tonfo dietro di lei, proprio all’imbocco della piazza di sotto, e Vincenzo era risalito per l’altra strada, per poi ridiscendere e ritrovarsi a quel punto, e si erano fermati per vedere cosa fosse stato, non fu una meraviglia come quella che sgomenta, quando resti incredulo nel percepire reale lo spazio di confine che ti preservò dalla disgrazia, bensì quella che ha a che fare con una delle tante insofferenze dell’adolescenza nei confronti di chi l’ha perduta (in questo caso verso la follia di un qualche povero vecchio), quando i due amici trovarono al suolo un vaso spaccato.
A dire il vero Vincenzo riaccendeva la pratica maschile nelle visioni apocalittiche, e ripeteva senza più fermarsi che, infuriati per il chiasso della moto, avevano gettato dalla finestra un pesante vaso da fiori.
Ma invece, soltanto, Agnese cacciava dagli occhi, con le dita che andavano a strofinarsi le ciglia, l’oscurità del sonno.
– Sono le tre e un quarto. -, fece all’amico, – Ce ne andiamo a dormire? -.
– Sì, sì. -, rispose spazientito, mentre risalivano sulla moto. E in un attimo furono di nuovo all’altra piazza, sotto casa della ragazza.
Non c’era più nessuno, nemmeno il piccolo Bruno, che da quando lei si era innamorata di Franco, di notte le aveva sempre fatto compagnia fino all’ultimo, anche dopo che tutti se ne erano andati. E mentre lui, che era l’unico a conoscere un po’ di quel mondo-anni ottanta fuori di lì, cantava Born in the U.S.A., Agnese si lasciava ferire dalle palpebre e ammutolire dalla stanchezza.
L’acqua della vecchia fontana gracidava alle spalle degli insonni, sotto il muro che conteneva un giardino abbandonato, l’intrico di profumi di buganvillee e zibibbo ai cui colori, di giorno, Agnese si accostava, seduta sul davanzale della finestra della sua camera da letto, con modi di reverenza non dissimili dal contatto eucaristico, e dai quali partoriva lo scrivere straziante, comune a tanti adolescenti.
Era una pena per quelle notti, e a quella rispondeva la pena di quest’altra insistenza, di questa nuova forma di accanimento. E nel tempo del suo farsi ridicola – anche perché, unico pure in quello, Bruno di certo sapeva – lo spazio della vergogna si allargava in pensieri che l’innocenza non poteva sottrarre all’esercizio profano.

E la giovane donna, poi, arrivò al giorno dopo, quando era riuscita a raggiungere la spiaggia per tempo, e le famiglie del paese in collina, che erano mattiniere e tornavano via presto, non se n’erano ancora andate. E allora si vedevano da lontano, sotto la luce accecante, che preparavano lente le loro cose nella parte marginale di spiaggia, dove timide si ritrovavano ogni mattina, come spaesate in città.
Era inusuale, per l’ora ed il luogo, scoprire ancora Memè alle scalette della rotonda, giusto in fondo alla strada del passaggio a livello, da cui Agnese e gli altri villeggianti scendevano a mare, steso sulla sabbia, solo come al bar di sua madre, la testa nascosta tra le braccia.
– Ciao. -, iniziò la romana.
Lui le rispose senza alzare la testa
– Certo che ne fai di cose strane tu… -. La saliva calmò il tremore delle labbra.
Memè alzò il viso, Agnese lo fissò come a scavare dagli occhi la tenerezza. I propri restarono aridi, attoniti, e lei li chiuse.
– Pensavo stessimo insieme. -.
– Cosa? -. Una domanda di assoluto stupore.
– Scherzavo… -, rise impacciato.
Rimasero un po’ in silenzio, immobili.
– Su, non restare qui a prenderti un’insolazione, va’ a casa che è tardi… Io vado a farmi un tuffo. -.
Agnese se ne andò e si immerse subito in mare. C’era un’acqua capace di rinfrescare il sangue addolcito.
E quando la ragazza fu di nuovo in collina, scesa al sole della piazza dalla corriera delle diciassette e trenta, si intravedevano i maschi alla stanzetta del biliardino, ed allora lei li raggiunse, ancora tutta imbiancata della salsedine di quelle ore.
E lì c’era anche Franco che faceva tutto l’arrabbiato. Ed anche se poi se ne andò quasi subito e c’era pure da aver paura di quello che in fondo era sempre stato nell’aria, e cioè che dopo anche gli altri se ne sarebbero andati indifferenti – lasciando lei sola nella saletta insieme a due o tre ragazzini più piccoli di cui non sapeva manco il nome -, Agnese rimase al suo posto.
Esistevano luoghi dove era più facile provare vergogna, i punti di ritrovo dell’angusta familiarità.
Ma scorgere Memé all’altro bar fu di nuovo il sollievo nel suo aspetto blando, una specie di momentanea distrazione accanto all’appoggio più solido, quello che tra Franco e lei non era un mistero, ossia che il suo ex fidanzato era arrabbiato come in un obbligo.
Invece, comunque, i ragazzi restarono lì.
E quando Franco fu sparito all’orizzonte e loro le avevano riferito che l’aveva chiamata puttana, Agnese se ne poté andare a casa con la luce della gloria negli occhi.

E poi venne la sera che era quella degli orchestrali e dal soggiorno già alle diciotto si sentiva la dissonanza che precede le prove, ed era bello affacciarsi alla finestra e star dietro ai musicanti già nel loro nero di divisa, e pareva esattamente la piccola felicità di nausea così come Sartre l’avrebbe raccontata.
Ma poi, quando due ore dopo la messa, l’orchestra suonò davvero, Agnese non fu in piazza, ma ascoltò di nascosto all’ombra del salotto, e c’era suo fratello disabile che le ripeteva con la saggezza dei lenti che lei Franco non l’aveva voluto, e l’invidia per la sconosciuta e festosa complicità di tutta la durezza paesana si fece netta, nel netto, deciso gusto per il grappolo di note malate, una raccolta greve e raffazzonata. Struggente.
E solo al momento di uscire lei aveva trovato i ragazzi là, ai muretti, e c’era anche Lavinia che ormai aveva i suoi giri con non si sa che turisti bacchettoni, gente di Torino, una specie di preti dal sorriso idiota che parlavano sempre sottovoce e che davano ai nervi giusto a chi, come Agnese, era buono.
E Franco era con una ragazza-bambina, come quella di Bruno, e stavano lì seduti in mezzo agli altri e si baciavano, nell’indolenza di tutti e del tutto simile a quella della romana, che poi si era alzata in piedi, mentre le scene della finzione diventavano manifeste, e nel gruppo dei maschi c’era anche qualche giovane orchestrale che veniva chissà da dove, e uno di loro ancora nell’involucro nero stropicciato sulla camicia bianca, che al passaggio l’aveva sfiorata sul pube, si era preso silenzioso i suoi improperi a mezza bocca e, mentre insultandolo lei se ne stava andando via, Franco, che era giusto lì vicino, le aveva risposto una cosa simile a “lo sarai tu”, e Agnese allora gli aveva rivolto la faccia rabbiosa, ancora senza urlare, ma scandendo bene le parole ché non ce l’aveva con lui; e si deformavano così tutte le cose ovvie, perché Franco la vedeva come quella gelosa, quella che faceva le scenate e pareva pure che lui l’avesse lasciata, quando era lei che non l’aveva voluto, se così si può dire e come aveva detto suo fratello, e per questo quel maledetto biondo per tutto quel tempo era stato arrabbiato.
E solo dopo che la festa fu finita e si era di nuovo da soli alla panchina (lei e il quattordicenne Bruno) e la campana aveva già suonato le tre e già da un po’ si stava lì con le canzoni inglesi del ragazzetto, fu palese la noia mortale di quella disperazione.
E i muretti erano ormai deserti nel loro buio innocente e spaventato, persi come nella notte in cui c’erano stati, seduti a cavalcioni, solo loro due, Agnese e Franco, e lei aveva sciolto la loro intimità sfiorando le dita, posate sulla pietra, di quella mano larga, splendente. E la commozione era stata la sua luce, il suo faro di santità, precisamente come il suo essere diversa, una goffaggine necessaria.
E tornarono la sicurezza, la fermezza anche la sera successiva, quando, seguendo Vincenzo al tavolino del bar, la timida, fin troppo timida adolescente scendeva muta alla propria umiliazione.
E serpeggiava un’indistinta fantasia, che solo un dolore sfoggiato l’avrebbe risollevata alla lieve soddisfazione. Ciò non fece più parte dell’agire risoluto, ma del sentimento della catastrofe.
Tutto sarebbe finito, come quell’estate, ormai volta ad un languore non più incantato, com’erano stati tutti i settembre di tutta la sua breve vita, fissa, l’adolescente, al luccichio di un mare in tempesta di spuma e di sconfinate distese di sabbia bagnata svelate dalla pausa lenta, silenziosa del ritiro, durante la quale sentivi – prima del nuovo rimbombo di tuono – le urla lontane ed esaltate dei pochissimi ragazzi che, come Agnese, avevano avuto il coraggio di buttarsi dentro al rullio delle onde imponenti. Ed era stato come un rischio di indolente esibizione. Ed il paesaggio fletteva in perfetta felicità, la teatrale, ma doverosa imprudenza: bianco il sole, bianchi i pensieri.

Agnese si raccolse la testa tra le braccia, appoggiate al tavolino del bar. Vi restò nell’istante esatto in cui Vincenzo commentava, laconico e sprezzante verso il rivale assente: – Ma allora ti piace proprio… -. E l’uscita, che precedette di pochi minuti la comparsa di Franco stesso, più biondo e vivace che mai, estraneo allo spazio adibito alla torpida distrazione forestiera, non smosse sentimenti. E benché Vincenzo non potesse che non parlare mai, invece si parlarono, e indifferenti si dettero l’appuntamento per la partita di calcio. E nell’intimità tra i due maschi, il cui paradosso feriva d’invidia, quelle parole che le aveva rivolto l’amico, le parole del maschio Vincenzo a lei, la femmina, dimostrarono, di lei, intatto il segreto.
E una volta restati soli, il siciliano sembrò insofferente e le chiese brusco che si alzassero. Ma poi, quando furono nel bel mezzo della piazza, lui non sapeva più dove andare e lei aspettava distratta, facendo a pezzi l’ombrellino di carta del bar. Si apparecchiava tutto un campo di schieramenti rigidi, ma anche pronti all’assalto, da riconoscersi senza dubbio con la conclusiva definizione di “solitudine dell’indeciso”, e con le sue conseguenze nel rossore violento di Agnese. La vergogna che la desolazione di chi ci è amico sia anche la nostra.
Non c’era nessuno a portata d’occhio, non Memè, non Bruno, non gli altri, tutti, tutti scomparsi.
– Andiamo ai muretti -, ordinò Vincenzo, già partito a passi veloci. Lasciò di almeno due metri indietro la romana, che, annientato il fragile oggetto che aveva avuto tra le dita, era passata alle unghie. La nervosa sedicenne lo seguì, si affrettò, non voltò la testa verso il bar dei vecchi alla sua sinistra (affollato solo in quelle sere di festa), impercettibilmente propensa all’altro lato, dove, alla panchina proprio sotto casa, si intravedeva Lavinia, sola e sagoma frastornata, rifiuto dell’ermetica complicità del caos festaiolo.
Agnese tirò avanti a testa bassa, Lavinia la chiamò, l’altra chiuse gli occhi. Tornò il rossore. Quando la ebbe accanto, si sentì il fiato timido e roco di una voce smarrita.
Ai muretti, solo i campagnoli, le famiglie contadine che apparivano unicamente nei giorni del Santo.
Vincenzo fu sperso tra le vie del paese che numerose e ripide scendevano all’altra piazza.
– Io me ne torno a casa. -. Agnese si alzò dalla pietra del belvedere.
Lavinia l’avrebbe raggiunta. Rimaste a casa, avrebbero assistito ai margini, acquattate al furore dei festeggiamenti. E poi l’amica sarebbe andata a dormire, e lei non avrebbe preso ancora una volta le scale e poi la strada, a tirar via fino alle quattro, perché la piazza era vuota.
E allora sarebbe stata la stessa solitudine di Roma, quella senza il coraggio, o quella che accantona certi cittadini ai confini del luogo che non ha bisogno dell’estate, in cui gli altri, quelli del posto, viceversa, si ritirano – perché no – nell’armonia di case e famiglie normali, e che per una volta, tranquillamente, vanno a letto presto, paghi di quello, forse, come di nient’altro.
Quella del panico che ti viene anche con chi non prendi sul serio, e poi chi non prendi sul serio ti fa pure innamorare.

Roma è in realtà un mondo lontano mille miglia. Loro, sì, uomini che imparano bambini, anche i borghesi, anche i figli di papà. E infatti ti obbliga a un passo, alla saggezza, che, poiché è il tuo mondo, puoi tranquillamente sacrificare al dolore senza uscirne offeso.
Vi può anche mancare del tutto, il coraggio, e, al di là di una famiglia che sarebbe stato molto meglio non possedere, incontrare chi ti cattura, gli dèi indifferenti.
Vorresti entrare in quel mondo di Storia, musica e cultura, per non parlare di tutti quegli incantevoli maschi e delle loro orecchie liceali, rapite da ogni parola violentemente e poeticamente di sinistra.
Resti sospesa troppo a lungo nella fantasia, e alla fine finisci per sperare di avere solo a che fare – negli altri – con l’ingenuità.

Il mare non era agitato, quella mattina. La calma scendeva dal cono rovesciato della costrizione e del dimensionamento. Un sottile filo diventavano le facoltà, quello che a picco arriva sul tuo capo, e tu decidi se alzare la testa e guardarlo dal basso.
Agnese si fece il bagno e nuotò verso il largo, lontanissima. Dal mare i pochi bagnanti erano punte di spillo, i radi ombrelloni, fiorellini di carta, come quello che lei aveva distrutto la sera precedente. L’ondulazione dolce della distesa marina avvolgeva il suo corpo nella beatitudine fetale. E tutto era azzurro come nell’immagine penniana.
E allora la romana nuotò in stile libero verso la riva a favore di corrente, e arrivata là dove toccava appena il fondo, a due, tre metri dalla battigia, si mise a far capriole avanti e indietro e la verticale con la testa sott’acqua. Espirava bene.
Lavinia si avvicinò col telo in mano, invitandola ad asciugarsi al sole. Si stesero in silenzio una accanto all’altra, ma, il tempo di un paio di minuti, Agnese era già in piedi.
– Vado a farmi una passeggiata. -, annunciò.
– Vengo anch’io. -.
– No. Mica vado chissà dove…, vengo subito…, sto lì, vicino alla rotonda… -, e i gesti aiutavano l’inceppamento dell’insofferenza.
– Dài, vengo anch’io! -, insisté Lavinia.
Dove? Nel luogo della troppo personale solitudine di un mito? Dove i piaceri della sua tragedia si schiudevano in segreto assoluto, perfettamente speculare alla tragedia; non il luogo d’ogni luce muto, là dove molto pianto ti percuote, ma, al contrario, quello luminoso e soave, beato come i mattini in terrazzo della sua infanzia fatale?
– No. -. La parola suonò morbida e doverosa.
E allora Agnese si ritrovò nella parte alta della spiaggia, a camminare a piedi scalzi, nel seminudo corpo, esile e acerbo, di una bellissima sedicenne bionda, nel corpo disperato che il muschio di occhi fuggitivi si illudeva di proteggere, solo a piegarsi ritroso nel suo oscuro sottobosco. Illusione grandiosamente ingenua.
Non parlava più da sola, Agnese, vedeva solamente volare pensieri e ricordi meno veloci del desiderio e altrettanto radiosi, come l’aria di settembre. Perché senza dubbio si era di nuovo al suo mese, quello dell’illusione piena di vita e che va insieme al ricordo che non mette i brividi, perché non si sente mai nominare. Perché ci sono i ricordi che si ricordano ed altri no.

Ed era giusto passato quasi un mese dalla sera della vergogna.
L’aveva chiamata ragazzina, in calabrese.
Non altro che quel piccolo nome nella strada buia, nello stesso atroce silenzio di tutte le cose violente.
Bruno quella sera aveva scherzato tutto il tempo con la sua nuova coetanea ragazza. Tutti lì a guardarli contorcere il nulla.
Uno dei grandi era venuto a litigare in dialetto e allora il gruppo era riuscito per lo spazio di venti minuti a prendere animo. La piazza era un gran camminare e vociare. I bambini piangevano e facevano le bizze a voce alta e strappavano alle madri l’amore scipito di sguardi stolidi insieme a urla spazientite che lasciavano indifferente il risveglio melenso del gruppo dei sedicenni.
Poi era venuto il fratello più grande di Peppe che faceva come gli altri lo scemo con Agnese. E con lui Franco. E allora si scambiavano tutti chissà che sporcizia di sguardi o rozzezza di parole dietro gli occhi protetti dell’impaziente romana.
Questo fratello si era messo a raccontare di storie di paesani nominando quello e quell’altro e si rideva di cose incomprensibili. C’era tutto un rumore non di sottofondo ma in primo piano, un rumore forte, una confusione, un fastidio che non aveva un vero nome.
Quando poi Franco si era allontanato di qualche metro con Bruno, e la bambinetta si era mossa appresso a loro, persa in abbracciamenti balordi, il fratello di Peppe passò dal calabrese all’italiano e chiedeva ad Agnese quando sarebbe partita. Ecco le due domande che le toccavano sempre da tutti: “quando sei arrivata” e, dopo una settimana, “quando partirai”. E lei gli rispose che se ne sarebbe andata a settembre. Un tempo infinito. Una dilatazione troppo ampia, cioè un respiro fresco tanto quanto la freddezza di un soffocare.

Franco si riavvicinò e le propose la passeggiata sulla strada per le colline.
Un vento incredibilmente caldo soffiava dalla parte opposta. Dal mare. Se ne poteva sentire l’odore a stendere le narici nel rilassamento dei buoni propositi. Ma Agnese aveva il naso chiuso.
C’era buio e il buon canto dei buoni grilli. Buoni perché spesso non si sa che hanno l’aspetto di insetti immondi.

Agnese aveva strofinato le mani sulle proprie ginocchia, mentre ormai le uniche parole uscite dalla bocca del ragazzo non si sentivano più.
Erano rimasti indietro Bruno e la sua fidanzata, quasi una bambina, sì, ma che non aveva problemi a baciare i ragazzi. E li avrebbero di lì a poco raggiunti, perché i due biondi stavano ormai fermi in mezzo alla strada.

Era passata quasi già una settimana da quando Franco le aveva chiesto di stare assieme, prima della partita di calcio, e lei gli aveva risposto: – Ci penso. –
E poi era andata anche lei al campetto a tre chilometri dalla piazza, proprio lungo la stessa strada che ora, deserta e buia, corrugava il silenzio nelle tre parole del ragazzo.
Alla partita, mentre lui giocava, tutte si erano raccolte a dar voce alta all’immancabile e asservito ruolo di urlanti ammiratrici.
Ce n’erano di davvero piccole ed erano quelle che stavano lì solo per lui.
I suoi calzettoni abbassati scoprivano ancora meglio gambe bianche, dalla troppo acerba magrezza, che ricordava in un corpo adulto – e quindi, comunque, ben più alto e massiccio – quello del calciatore romanista Boniek; una magrezza il cui splendore era quello che sì, si poteva dire portasse in gloria tutta la bellezza di Franco, quella del corpo, quella dei capelli che ricadevano miracolosamente ondulati, degli occhi azzurri e del pallore, e quella dell’anima.
E ne risultava la passione che, oltrepassando l’eccitazione, dormiente in chissà quale culla calda – e vezzeggiata e protetta e mai svegliata -, dava da bere alla pelle, nell’incredibile osmosi che inumidiva tutta la commozione che portava la propria nebbia alla vista.
Ed un paio di quelle ragazzine del Nord, che parlavano, in una specie di milanese o giù di lì, di maschi e di chi era il più bello e di lui, che, intendiamoci, non era mica di un fascino sconvolgente, ecco, giusto ad avere tredici anni, stavano appunto dicendo che no, uno come Franco in giro proprio non ce n’era. E poi si erano voltate alle loro spalle, al mattone isolato dove Agnese si era rintuzzata: – A te, chi ti piace? -.
Lei si concentrava al fondo, all’altezza del portiere, distruggendo le unghie, ed esibiva uno sguardo miope, con lacrime già asciugate nel giro di un secondo. Il rossore doveroso sconfinava in faccia alle bambine leziose, mentre Agnese rispondeva: – Nessuno. -.
Erano quindi passati i classici cinque minuti degli alterchi indecifrabili di fine gara tra Franco e i suoi compagni di squadra e lui finalmente si avvicinava strofinandosi il volto due o tre volte con la maglietta già bagnata di sudore. Accanto a lei, non la guardò in faccia; continuava, a testa bassa, a parlare con qualcuno dei suoi amici, compresi gli avversari, mentre si riallacciava gli scarpini e avvicinava alla spalla la fronte ed i capelli che vi ricadevano, e li passava sulla parte di maglietta ancora asciutta.
– Dài, ti riaccompagno a casa. -.
– No, non ti preoccupare. -, guardando anche lei in basso, – Vado a piedi… -.
– Sì, vabbè, a piedi! -, cominciò ad urlare Franco, mentre rauca la timidezza scaraventò il suo ordine brusco: – Andiamo! -.
Si avviavano alla scassata vespetta rossa, mentre ancora il ragazzo parlottava iracondo e scontroso con ogni bocca visibile.
– Allora? -, le fece, non appena fu montato in sella e dava movimenti di bacino per scardinare da terra il cavalletto.
– Allora che? –
– Quella cosa. -. Più che mai ruvido.
– Va bene. -, soppesò Agnese a fil di voce, mentre saliva anche lei, e stava parlando alla nuca stupendamente inasprita da bionde ondulazioni di capelli bagnati.
E trascorse il tempo brevissimo di quei tre chilometri dietro a Franco. Le mani paralizzate sul busto eretto del giovane. Tra i polpastrelli, il sudore che intrideva la maglietta rosso sbiadito e, in un incanto perfettamente dispiegato, troppo larga per lui.
Era scesa dalla motoretta, davanti a casa, nell’ assenza complice di un qualsiasi tocco d’affetto.
– Ciao. -, si erano detti, senza guardarsi.

Bruno e l’altra raggiunsero i due, immobili uno di fronte all’altra. Il dislivello dei volti rendeva difficile un’inquadratura regolare e allentava ogni prevedibile corrispondenza di intenzioni.
Agnese si mosse da lì (mentre il suono del “niente” come risposta alle scontate curiosità di Bruno dava anche la voce all’ interruzione della sospesa asimmetria) e ricomparve qualche minuto dopo nell’afrore della piazza, in mezzo ad una folla che fu il velo di Benjamin per la fantasmagoria.
La notte vinceva su ogni altro conforto e distrazione. Proteggeva anche dall’insulto che respinge, come ogni volta che la folla deforma le piazze e le strade.
Agnese risalì in casa. Si sedette al tavolo della cucina, priva di finestre, l’unica, addossata al terrapieno sotto un piccolo castello diroccato.
Prese un bicchiere e ne grattò l’ultimo residuo di decorazione. Si alzò, mise le unghie in bocca e percorse il corridoio buio che portava al salottino. Il pavimento scricchiolava.
Si accostò alle persiane semichiuse, di nuovo al buio. Il gran frastuono, ancora, e il brulichio di gente rendevano simile l’idea di realtà, perdente le connotazioni abituali, all’immaginazione di sempre, o a quella faccia, di poco prima, che si era avvicinata alla sua e l’aveva guardata come uno scarafaggio, un’antenna repellente che allungava con la bocca la sua minaccia.
Quando Franco – immobile all’improvviso – si era accostato a lei per baciarla, avevano già camminato per un qualche tratto, con il braccio di lui intorno ai suoi fianchi. Ridicoli per la differenza di altezza. Ma una vergogna che non lo investiva, come si impadroniva, invece, tanto del corpo di Agnese quanto del suo semplice nome.
Si era poi, l’adolescente calabrese, fermato a governare l’imminente languore dello sguardo, e si esasperò la premessa ridicola, nel raffinarsi ad inaspettata appendice.
Con l’accidente dell’alterazione, fu un tutt’uno quel punto in cui, reagendo, Agnese aveva gettato via quel viso, coi palmi delle mani aperte sulle spalle di lui, tanto che Franco ne era stato cacciato indietro di molto più di un passo.

Ma d’un tratto cambiò il vento quella mattina in spiaggia.
Il mare restò piatto, mentre la corrente prendeva a tirare in dentro e lo colorò del blu davvero intenso.
E improvvisamente l’aria si fece di un terso privo di tutto il resto.
La costa a destra del villaggio si dispiegò nitida fino al promontorio all’orizzonte, la cui straordinaria illusione di vicinanza assomigliò a un vecchio sogno o a una di quelle immagini predilette che fin dal conscio principio di ogni cosa ritornano alla mente senza essere ricordi.
E ci fu, come talvolta nei racconti a sua madre, una certa minuscola isola alta e rocciosa, perfettamente sola sulla distesa, a poche centinaia di metri dalla riva, da raggiungere senza sforzi da un buon nuotatore come lei, e che risultava completamente abitata (di notte riempiendosi di luce di contro al nero circostante), nella parte migliore della fantasia, assieme al facile approdo come ad un grande balocco.

Ogni corpo seminudo di bagnante frantumava microscopici vortici di sabbia, levati dal vento di ponente, anche se non solo quelli.
Si sfilavano già i primi ombrelloni, rotolando in pochi istanti fino al mare, quando Agnese stava scendendo a riva.
Corse e ne toccò il più vicino, lo afferrò prima che risultasse zuppo.
Percorse a questo punto la riva e raccolse pezzi di vetro colorato tra la ghiaia scoperta dal mare, e lo fece in qualche modo portandosi dietro un entusiasmo, ma tetro, come Pasolini altrimenti non avrebbe detto, e superò una barca issata al secco dai pescatori e le volò proprio davanti un altro ombrellone, che planò sulla superficie spaventosamente piatta e nervosa del mare.
Agnese si immerse e poi uscì con ciò che era perduto.

– Agnese? –
Non si volse. Viceversa, si portò alla parte opposta, mentre richiudeva l’ombrellone. Lo riconsegnò alla proprietaria.
– Siete Agnese? – Si udì una voce più forte.
Forse il vento avrebbe potuto dimostrare una mancata percezione sufficientemente plausibile.
– Mi salutate il dottore? -, col “voi” che ricomponeva la distanza che dovrebbe scomparire.
Il pescatore sconosciuto si era fermato. Il coltello tra le dita pronto a sventrare il primo pescato.
– Vi ricordo quando eravate alta così! -, con pesante cadenza calabrese. – Vostro padre… ogni settimana veniva da noi, ogni settimana! Eh, il povero cuore di mia moglie…E voi, ah, voi! Sempre scalza, stavate, e correvate, correvate sempre, proprio lì, sulla strada, strillando e piangendo…Gesù, quanto strillavate! Sempre! Eravate piccola così…E vostra mamma… calma. Una signora del Nord, lei… Non vi dava mica retta! Mica ve la dava vinta! Quanto era bella vostra mamma… -.
Lei già guardava da un’altra parte.
– Salutatemi il dottore… Arrivederci, Agnese. -.
Lei già si allontanava verso il promontorio.

I bambini facevano saltare le pietre in acqua. Nessun rumore vero e proprio, ma il senso di un udito impegnato, a ripetere, della vista, la lentezza illusa.
Lo fece pure lei, come un ragazzo, e tutti i bambini le si misero dietro.
– Dài, Agnese! -, gridavano. – Brava, Agnese! -. Si erano fermati tutti e la guardavano avidi di ammirazione.
E fu per questo che alla fine ciascuno dei balzi dei sassi sembrò scandire, ad una ad una, tutte le lettere che compongono quel nome; e poi sembrò, anche, ogni cosa lì intorno – come ancora i bambini – chiamarla.
Ed ecco che ci fu, così, finalmente, tutto il misteriosissimo tempo del mondo per deludere, senza misura, la ragazza Agnese, dal nome dell’ agnello, l’innocente.

[7 luglio 2012 – 7 aprile 2013. Inedito]

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