4 giugno 1944 – Roma è libera!

Di Lorenza Parretti *

“La selvaggia offesa alla Città Eterna solleva un’ondata d’indignazione in tutto il mondo civile: ogni vandalismo barbarico superato dal terrorismo profanatore dei gangsters angloamericani” titolava il Messaggero all’indomani del bombardamento del 19 luglio 1943. Ed è così che cominciò, la lunga fine del fascismo; dopo i bombardamenti, le dimissioni di Mussolini, il 25 luglio, “la guerra continua”, Badoglio, l’armistizio, la fuga ingloriosa del re e del primo ministro verso terre sicure, e sull’Italia la notte dell’occupazione nazista.
A Roma durò 271 giorni, dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944. Alle 19,43 dell’8 settembre le stazioni dell’EIAR diffondono la notizia dell’armistizio. Tre quarti d’ora dopo un reparto di paracadutisti tedeschi investe sulla via Ostiense il caposaldo numero 5 presidiato dai granatieri al ponte della Magliana, nei pressi di un deposito di carburante, in località Mezzocamino. Cadono 38 italiani e 22 tedeschi. L’attacco tedesco si estende a ponte Galeria, e verso l’EUR, il Laurentino, la Cecchignola. È l’inizio della battaglia per Roma. Solo nelle giornate dell’8-10 settembre, i caduti sono stimati in 703, di cui 659 militari; tra i civili 70 uomini e 51 donne; 114 non si sa se militari o civili, 88 non identificati. Il numero dei feriti è di circa 1800. Saranno poi nove mesi di paura, coprifuoco, rappresaglie, fame, fuoco sulle donne che chiedono pane per le proprie famiglie, torture, deportazioni, rastrellamenti. Ma saranno anche nove mesi di azioni di guerra, da parte di una città che non si arrende al terrore. Dopo quei primi giorni a Porta San Paolo, la Resistenza colpisce senza tregua l’occupante tedesco e i suoi servi fascisti all’hotel Flora, alla Trattoria Antonelli, al cinema Adriano, a v. Rasella, al Quarto Miglio, al cinema Barberini, a Forte Tiburtino.

Tra i primi a cadere sotto il piombo tedesco, due bambini di undici e nove anni, Claudio e Vincenzo Bia. Dal verbale di Pubblica Sicurezza del Commissariato di Pietralata: “Porto a conoscenza della S.V. che alle ore otto del ventidue settembre 1943 una sentinella tedesca del Forte Pietralata ha scaricato il suo mitra contro i piccoli fratelli Bia che attendevano in quei pressi gli avanzi del rancio e si erano messi a ridere all’ingiunzione minacciosa di andarsene, fatta loro dalla suddetta sentinella. Claudio di anni undici è rimasto ucciso sul colpo, mentre Vincenzo di anni nove, gravemente ferito, venne ricoverato al Santo Spirito”. Tra la deportazione di oltre 2000 Carabinieri il 7 ottobre all’omicidio a sangue freddo dei 14 assassinati alla Storta il 4 giugno, il conto delle vittime inermi si snoda attraverso i 335 uccisi alle Fosse Ardeatine, i 242 deportati di Pietralata, il convoglio speciale di 320 politici destinati a Mauthausen il 4 gennaio, i 1021 Ebrei deportati il 16 ottobre, i 67 rastrellati dalla Banda Koch a San Paolo, Teresa Gullace, i 346 deportati del Tufello e di Val Melaina, i 945 rastrellati del Quadraro, i fucilati di Forte Bravetta, le undici donne del Ponte di ferro, Caterina Martinelli, i torturati a via Tasso, alla pensione Oltremare, alla pensione Iaccarino.

Ma, oltre il lamento per le molte vittime incolpevoli e inconsapevoli, è bello celebrare a piena voce la lotta vittoriosa di donne e uomini combattenti che, “per dignità, non per odio”, hanno sfidato il nazismo; ritrarre una città piagata, violentata e umiliata, eppure capace di insorgere e di vincere. Perché è vero, come scrive Rosario Bentivegna con un’amarezza che attraversa i decenni, che Roma non è stata liberata dai partigiani, ma dalle truppe alleate.
Però ha combattuto a lungo, “senza fare di necessità virtù”, in una spontanea, generosa chiamata alle armi, mettendo a segno innumerevoli azioni di sabotaggio e di guerriglia urbana. E nella città gigantesca, anonima e solidale, quanto suonano dolci i nomi di di quanti hanno sacrificato la libertà e la vita alla difesa di Roma: Gioacchino Gesmundo, Marisa Musu, Cordero di Montezemolo, don Pietro Pappagallo, Maurizio Giglio, Massimo Gizzio, Carla Capponi, Pilo Albertelli, Rosario Bentivegna, don Giuseppe Morosini, Fortunato Caccamo, Gianfranco Mattei, Salvo D’Acquisto, Enrico Ferola, Bruno Buozzi, Raffaele Persichetti, Guido Rattoppatore, Simone Simoni, Eugenio Colorni, Maria Teresa Regard, Romualdo Chiesa, Franco Calamandrei, Leone Ginzburg, Lucia Ottobrini, Ferdinando Agnini, Ugo Stame, Giorgio Labò, Arrigo Paladini …

Ma eccoci alla vigilia di quel 4 giugno di 75 anni fa. Nonostante i reiterati divieti, la popolazione romana ascolta con ansia crescente Radio Londra: superata Cassino, si attende l’ingresso in città delle truppe alleate. Per quasi un mese l’avanzata procede lenta, incerta. Finalmente il 2 giugno, alle 23,15, Radio Londra trasmette in tutta Roma un breve messaggio: la parola “elefante”; in codice, è l’annuncio rivolto alla Resistenza, a significare che è cominciato l’attacco finale per liberare Roma. Il CLN ha convenuto unitariamente di rinunciare all’insurrezione: troppe le perdite e gli arresti subiti nei mesi precedenti; e troppo forte la pressione esercitata dal Papa perché desistano. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno i gerarchi fascisti si danno alla fuga, spesso protetti dalle armi tedesche. Alle prime luci dell’alba del 4 giugno gli eventi precipitano. Le avanguardie alleate composte da soldati canadesi, cui si sono uniti partigiani di Bandiera Rossa, stanno per entrare a Roma dalla Casilina. Scrive Rosario Bentivegna, nome di battaglia Paolo: “All’alba del 4 giugno [Mario Fiorentini] mi affidò quattro proiettori a batteria per delimitare il campo. Carla e io ce li caricammo sulle spalle dentro due grossi zaini e ci avviammo verso Tivoli. A Ponte Mammolo, però, fummo fermati da una pattuglia tedesca che per fortuna non ci perquisì. Ci avvertirono, comunque, che gli americani erano a due chilometri, consigliandoci di tornare indietro. Lì per lì pensammo che si fossero sbagliati perché ci sembrava impossibile che gli Alleati fossero così vicini. […] Era vero: gli Alleati erano ormai a pochi passi e di lì a qualche ora sarebbero entrati in città. La guerra partigiana era finita e l’insurrezione di Roma vanificata”. Le SS di via Tasso si apprestano a trasferirsi al nord. Un autocarro stenta a tenere il passo della colonna, trasporta 14 prigionieri che i nazisti hanno voluto portare con loro, forse per servirsene come ostaggi. Per ragioni che non sapremo mai, a un certo punto cambiano idea: l’ufficiale fa fermare il veicolo sulla Cassia, all’altezza de la Storta, i prigionieri sono avviati lungo un sentiero, allineati e uccisi. Gli altri detenuti di via Tasso, intanto, sono liberati, sfondate le porte delle celle. Ricorda Arrigo Paladini: “Per l’ennesima volta fummo fatti alzare e questa volta ci si mosse. Sentimmo da una finestra delle scale la brezza mattutina e ci piegammo a respirarla. Invece di scendere verso la porta ci fecero salire una rampa di scale e ci chiusero in due stanze. Noi eravamo in 13 e fra questi un gobbo. ‘Porta fortuna’ disse qualcuno e toccò le spalle a Giuseppe Albano, il gobbo del Quarticciolo. Può darsi che sia stato un gran delinquente, ma quella notte si comportò bene, molto. Provai a stendermi a terra per riposare un po’. Il rombo del cannone era troppo vicino perché si potesse resistere con la testa sul pavimento. Sembrava che il palazzo tremasse fin dalle fondamenta. Comunque, per il dolore e la stanchezza che mi avevano annientato, mi addormentai o persi i sensi. Mi svegliai di soprassalto: fuori si urlava, qualcuno spalancò la porta. Fui trascinato da alcuni compagni per le scale, mentre avevo il cuore in gola; vidi attraverso la porta uno spicchio di cielo. Una moltitudine di popolane, una valanga di uomini che premevano da ogni parte. Improvvisamente mi trovai in un mare d’azzurro e respirai l’aria del mattino: intravidi alcuni tedeschi che si trascinavano con le facce bianche di polvere; poi svenni”. Le unità speciali americane fanno il loro ingresso in città verso le 18,30 da Porta Maggiore, un’ora dopo da Porta San Giovanni. L’incontro con la popolazione avviene dunque sul fare della sera. Lasciamo la parola a Carla Capponi: “Sul piazzale Tiburtino incontrammo la prima camionetta americana. La gente si avvicinava insospettita, non sapeva distinguere bene dalla foggia dell’elmetto ricoperto dalle reticelle mimetiche e dalle divise rese uniformi dalla guerra se si trattasse ancora del nemico o se fossero i nuovi amici. Anche quei soldati erano stanchi, ma con una gran voglia di riposarsi delle loro fatiche in mezzo a quella folla che ancora diffidava, che temeva di sbagliare, ma che si sentiva dentro il bisogno di salutare la libertà. […] Poi vennero fuori le sigarette – le Camel – e non ci furono più dubbi, e la gente corse impazzita intorno, nelle strade, a urlare che erano arrivati gli americani”.
Paolo Monelli: ” ‘Where do you come from?’ ‘From Texas’ risponde. Ho l’improvvisa vertigine di una vastità sconfinata, che accoglie e dissolve la pena, le angosce di nove mesi, ove lo stesso sollievo si smarrisce. Arrivano due ragazzette con una bandiera tricolore in mano, la danno al soldato. Il soldato, serio, si volge in su verso i compagni seduti in cima al carro, le gambe penzoloni: ‘Here is a flag’. Uno stende la mano, la afferra, la issa sulla torretta”. Il giorno seguente, il 5 giugno, il governo Badoglio presenta le dimissioni a Umberto di Savoia, nominato in quello stesso giorno Luogotenente generale del Regno dal re Vittorio Emanuele III. Proseguono sporadici combattimenti tra nuclei di partigiani e i tedeschi in fuga. Fa da triste contrappunto alla morte dei giovanissimi fratelli Bia il sacrificio di quello che, con i suoi dodici anni appena compiuti, è forse il più giovane combattente della guerra di Liberazione a Roma: Ugo Forno abita sulla Nemorense, e con una squadra improvvisata di sei giovani contadini attacca, verso mezzogiorno, i pionieri tedeschi che stanno minando il ponte ferroviario sull’Aniene, lungo la via Salaria, davanti all’aeroporto. I tedeschi si ritirano per sfuggire ai colpi di mitra e di moschetto, e da dietro un dosso sparano con un mortaio leggero: Ugo Forno, investito in pieno da una granata, muore subito; Francesco Guidi morirà di lì a poco, in ospedale, ultima vittima della difesa di Roma, nella città già liberata. Il “conquistatore di Roma” è il generale Mark Wayne Clark della 5a armata: rinunciando a inseguire i tedeschi in fuga, batte sul tempo i britannici, guidati dal generale Harold Alexander, con cui due giorni prima aveva avuto un vivace diverbio: “Se solo Alexander provasse a fare una cosa simile [entrare per primo a Roma], avrebbe per le mani un’altra battaglia campale: contro di me”.  Quel 4 giugno gli inglesi restano bloccati sulla via Casilina da un ingorgo, secondo alcuni creato apposta dagli americani, che non volevano rinunciare al titolo di liberatori di Roma. Clark annota nelle proprie memorie: “Non solo volevamo essere il primo esercito dopo quindici secoli a prendere Roma da Sud, ma volevamo che la gente del posto sapesse che era stata la 5a armata a compiere l’impresa”. Raccontano divertiti Anthony Majanlahti e Amedeo Osti Guerrazzi: “Tuttavia anche Clark fu vittima di un fraintendimento stradale. Smarrì la strada e la sua jeep finì, invece che in Campidoglio, dove aveva dato appuntamento ai suoi comandanti di corpo d’armata, a piazza San Pietro. Un prete americano lo aiutò a risolvere il problema riportandolo sulla retta via. Un ragazzo in bicicletta lo accompagnò precedendolo e urlando alla gente di fare strada”.
E poi i romani festeggiarono all’ombra del Cuppolone, dove una moltitudine immensa si raccolse spontaneamente e ricevette il simbolico abbraccio del papa Pio XII, che allargò le braccia in un gesto gemello di quello del 19 luglio di un anno prima, a San Lorenzo, dopo il bombardamento, quando la lunga agonia del fascismo era cominciata. E i combattenti lasciarono infine le bombe, le pistole, i mitra, gli spezzoni; si raccolsero intorno ai familiari, agli amici, ai compagni dai quali erano stati lontani nei lunghi mesi della clandestinità, del pericolo e del sacrificio; cercarono e trovarono un sorriso esausto sul viso, e si disposero ad affrontare, dopo un breve necessario riposo, le fatiche dell’Italia libera. Qualcuno tornò alla propria vita privata, lontano dalla gloria e dalle tempeste della vita pubblica; qualcun altro volle spendersi nella ricostruzione, perché la nuova Italia recasse in sé una traccia non trascurabile di quello spirito di libertà e di giustizia che li aveva animati, “popolo serrato intorno al monumento che si chiama, ora e sempre, Resistenza”.

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“31 agosto 1943 sulla necessità di organizzare la difesa contro i tedeschi.
L’aspirazione unanime e più urgente del popolo italiano è la pace. Ma alla realizzazione della pace si oppone la presenza in Italia delle truppe tedesche. È necessario perciò spezzare ogni ostacolo alla pronta realizzazione della pace. A questo fine si deve prepararsi a respingere con forza ogni da ogni intervento tedesco o fascista che tenda ad opporsi alla volontà di pace del popolo italiano. È necessario organizzare la collaborazione armata dell’esercito e della popolazione procedendo alla formazione e all’armamento di unità popolari che, ripetendo le gloriose tradizioni garibaldine del Risorgimento, diano alla guerra un chiaro e preciso carattere di liberazione nazionale. È necessario liquidare tutte le sopravvivenze fasciste nell’apparato dello Stato, dell’amministrazione e dell’esercito, disarmando la milizia volontaria ed eliminando dai posti di comando tutti i fascisti. Nello stesso tempo si debbono portare ai posti di maggiore responsabilità uomini di sicura fede democratica, decisi a lottare fino in fondo contro l’occupante tedesco e i suoi strumenti.”

 

“Sotto il pretesto di rappresaglia contro un atto di guerra dei patrioti italiani in cui aveva perso 32 dei suoi ‘SS’ , il nemico ha massacrato 320 innocenti, strappandoli dal carcere dove languivano da mesi. Uomini non di altro colpevoli che di amare la patria – nessuno dei quali aveva la responsabilità diretta, né indiretta di quell atto – sono stati uccisi il 24 marzo senza forma alcuna di processo, senza assistenza religiosa né conforto dei familiari: non giustiziati, ma assassinati.”

Il Comando del CLN all’indomani della strage delle Fosse Ardeatine

 

“Non è cosa facile emulare chi ha il sangue in rivolta e sa dosarlo in gesti, in lanci di bombe e spezzoni, e prontezza davanti al nemico, e scatti di assalti e di fughe. Non è facile emulare chi s’è staccato da tutto, ha dato un taglio con tutto, e vive in un’aria di guerra, tutto il giorno in un’aria di guerra. Non è facile stargli a paro, per chi ha la moglie che allatta e tutte le sere la vede, le parla, si corica con lei e sente il bambino che piange, non sempre c’è da mangiare. Non è facile stargli a paro, per chi tutto il giorno lavora o traffica in giro, si muove, e ha la pistola in casa, qualche bomba dietro un mattone, e la moglie, la madre, il fratello potrebbero trovarle, potrebbe trovarle, lì in casa, un agente, un fascista, una spia. […] 60. 100. 200. Ogni zona tre quattro cinque Gap. Uomini che resistevano, altri che si tiravano indietro, altri nuovi che venivano da fuori. Pistole, bombe da ridere, qualche spezzone raro, un mitra, una bomba tedesca, e l’aria di tutto il quartiere che si andava deprimendo col tempo che passava, la stanchezza, la paura, il terrore, della moglie, della madre ogni giorno, dell’amico, del figlio, del padre, delle donne per strada ogni giorno, e di tutti in certi momenti, anche gli uomini, anche i compagni, davanti ai mitra tedeschi, davanti ai mitra fascisti, in mezzo ai provocatori, in mezzo alle razzie, sotto ai bombardamenti. Non è facile, adesso, capire che cosa sono stati i G.A.P. di zona qui a Roma, durante i nove mesi.”

Fabrizio Onofri

 

“Guardai gli uomini che mi circondavano: erano ammassati gli uni contro gli altri. Illuminati da una lampada elettrica i loro volti mi parvero cadaverici, e molti orribilmente gonfi e tumefatti. Le gambe e il torace mi facevano impazzire dal dolore e scivolando lungo il muro dovetti accucciarmi. Non potevo muovere le mascelle e un occhio era tanto gonfio da non riuscire a vedere. Finalmente è finita: come una liberazione la morte era per noi il termine di una serie di sofferenze ininterrotte e di prove sempre più aspre. L’avevamo aspettata durante la lunga segregazione quando il corpo era a pezzi e quando a scandire il tempo non c’era altro che la lunga serie degli spietati interrogatori condotti quasi sempre da Kappler, e la distribuzione di una scodella di minestra fetida, nonostante tutto, era l’unica aspirazione anche nelle ore più tragiche. Ci allinearono nell’angusto corridoio con le spalle al muro.”

 

“No, dannati Tedeschi, questa volta il colpo non vi è venuto dal cielo, non vi è venuto dagli aviatori inglesi. Vi è venuto da noi! Da noi che in questo momento ci sentiamo orgogliosi di essere italiani e partigiani e non cambieremmo i nostri laceri abiti bagnati per nessuna uniforme.”

 

“Rimasi, con gli occhi brucianti, a fissare la porta. Sentivo il tempo colare, battermi nelle tempie. Pensavo a Danilo nel teatro: lo accompagnavo passo a passo: adesso varca la porta, entra sotto il palco, gira là sotto nel buio, posa in terra l’estintore, svita la sicura, torna indietro, esce dalla porta. Non si vedeva uscire. Tutto sembrava tranquillo. Ma Danilo non tornava. E finalmente, uscì. Era pallido, forse, più rigido nella persona, ma calmissimo, lento. Prese la bicicletta, la portò sulla strada, vi montò su, e cominciò a pedalare: senza fretta. Venne verso di me, come si era stabilito e anch’io salii in bicicletta, aspettai che mi fosse accanto, poi volammo via ridendo come pazzi, col sangue che ci bruciava.”

 

“Da un lato il tubo era stato tappato con una manciata di gesso a presa rapida: ‘Questo coso, caro Sasà, è artiglieria’. Vedi questi candelotti di tritolo? Li metto qui dentro fino a riempirlo. Poi in uno di questi ci applico un detonatore al fulminato di mercurio’. Tagliò da un rotolo di miccia un tratto di circa 10 cm, lo innestò nella capsula detonatrice e con un colpo sicuro di pinza l’assicurò bene alla sua sommità. L’ultimo candelotto col detonatore rimaneva fuori per metà. Afferrò un coltellaccio e si accinse a recidere il candelotto togliendo via la parte che impediva alla capsula di alloggiarsi nel tubo di ghisa ‘Che sei matto? – gli feci spaventato – Sta’ attento, che ci fai saltare in aria!’ Mi sbottò a ridere in faccia ‘Ammazza che razza di rivoluzionario che sei! Che non lo sai che il tritolo non esplode senza il detonatore?’ Effettivamente io non lo sapevo. Mi guardò stupito per la mia ignoranza ‘Ma tu non l’hai fatto il soldato?’ Gli dissi che avevo fatto il servizio militare, al Celio, come soldato della sanità ‘Ma figlio mio, rispose allora, preoccupato, tu allora che vuoi fare? La guerra è una cosa seria, certe cose bisogna conoscerle bene, bisogna provarle, sperimentarle, prima di mettere a rischio la pelle e i risultati di un’azione militare!’ ‘Non ti preoccupare di questo: hai imparato tu, posso imparare anch’io.’Quando andai via sapevo molte cose sull’arte della guerriglia.”

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L’articolo, inedito, è stato scritto appositamente per questo blog.

* Lorenza Parretti insegna materie letterarie in un liceo classico di Roma. E’ appassionata di storia della Resistenza romana.

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